La direttrice de La Nazione Agnese Pini
La direttrice de La Nazione Agnese Pini

Firenze, 24 gennaio 2021 - Senza scomodare l’inferno, e molto più prosaicamente, è bene ricordarci che anche le strade che portano all’insuccesso sono lastricate di buone intenzioni. Prendiamo il caso dei vaccini: debutto trionfale e aspettative ai massimi livelli, con l’Italia che per una volta ci rimedia un’ottima figura di efficienza e di prontezza rispetto a più blasonati partner europei, Germania e Francia comprese. Tutto bene, dunque? No. Che le cose scricchiolassero ben più della luccicosa apparenza – negli arrivi delle dosi, nelle somministrazioni, nelle fasi organizzative – era per la verità chiaro da un po’ di tempo.

Ieri, per bocca del presidente del consiglio, è arrivata la pietra tombale sulle speranze più ottimistiche: le dosi semplicemente non ci sono. E non arriveranno. Pfizer dà la colpa alle «siringhe non idonee», il governo rintuzza affibbiando ogni responsabilità alla casa farmaceutica che «anche la prossima settimana consegnerà il 20% di fiale di vaccino in meno rispetto a quelle preventivate» (commissario Arcuri dixit). Quanto ad AstraZeneca – che avrebbe dovuto fornirci 16 milioni di dosi entro marzo – la filiera produttiva è al palo.

A proposito di buone intenzioni: Giuseppe Conte ha minacciato le vie legali, come se bastasse un processo (coi tempi della giustizia che ben conosciamo) a salvarci la vita. Aggiungiamo un altro dato che fa oscillare tutta l’impalcatura di ottimismo dei primi giorni: come ha denunciato il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici, Filippo Anelli, su oltre un milione e trecentomila dosi di vaccino già usate, quasi quattrocentomila sono state somministrate a persone che non appartengono alle categorie a rischio. Ovvero a chi – ce lo ricordano gli impietosi report sulla pandemia – per il covid perde la vita, ogni giorno. In primis gli anziani: l’età media delle oltre 85mila vittime italiane è di ottant’anni. Eppure, a quasi un mese dall’inizio della campagna vaccinale, i nostri nonni (compresa buona parte di coloro che vivono nelle Rsa) non hanno ancora una pur vaga idea di quando potranno vaccinarsi. Nel frattempo, sappiamo che il vaccino è già stato dato a farmacisti, amministrativi delle aziende sanitarie, addirittura ai dipendenti dell’indotto delle aziende stesse. E allora, vanno benissimo le buone intenzioni (che non mettiamo in dubbio), ma è un fatto che nello scegliere la scala delle priorità qualche conto è stato fatto male. Come per le dosi di vaccino, fiale e siringhe permettendo.