La guerra alla mafia: "Impariamo a decidere da quale parte stare"

Livorno, la vedova di un uomo-scorta del giudice Falcone incontra gli studenti "A trentadue anni dalla strage non si conosce ancora la verità, una vergogna".

La guerra alla mafia: "Impariamo a decidere da quale parte stare"
La guerra alla mafia: "Impariamo a decidere da quale parte stare"

Tutto è partito con la scopertura della teca nella piazzetta di fronte al Teatro Goldoni di Livorno. Attorno alle lamiere del QS15 - Quarto Savona 15, il nome in codice usato per la Fiat Croma blindata fatta saltare in aria da Cosa Nostra il 23 maggio 1992 con 500 chili di tritolo a Capaci -, la città, le sue massime istituzioni civili e militari, ha omaggiato Tina Montinaro. Perché come lei stessa ha ricordato alle centinaia di studenti che hanno gremito il Teatro, in quell’"attentato allo Stato" non hanno perso la vita solo il dottor Falcone e sua moglie, Francesca Morvillo, ma anche la scorta del magistrato: Vito Schifani, Rocco Dicillo e il caposcorta Antonio Montinaro. Tina, all’epoca era sposata da pochi anni, era giovane. Oggi è un totem: ha fatto da padre e da madre a due bimbi piccoli, ha convissuto con un "dolore lacerante, privato, ma con orgoglio, grazie al senso del dovere" del marito, gira ininterrottamente da anni l’Italia, scuola per scuola, pur di non rimanere in silenzio, camminando "a schiena dritta". Che cosa la spinge ad andare avanti? Si ricorda l’ultima conversazione con Antonio? Che cosa gli direbbe se potesse parlarci oggi? E ancora: riesce a credere in uno Stato giusto? Perché la mafia non è stata neutralizzata? Si può perdonare chi commette crimini di mafia? Sono solo uno stralcio delle domande rivolte dagli studenti a Tina. "Mio marito ripeteva sempre che prima o poi l’avrei raccattato col cucchiaino. Perché sapeva bene che i mafiosi si sarebbero vendicati per il lavoro portato avanti da Falcone e Borsellino. Ha avuto il coraggio, nonostante una famiglia a casa, di onorare con la sua vita il giuramento fatto alla polizia di Stato. Ma sia chiaro: la strage di Capaci non appartiene a Palermo o alla sottoscritta - afferma -, ma a tutta l’Italia. Il dolore è mio, ma la memoria appartiene a tutti coloro che desiderano il cambiamento. Altrimenti è inutile il sacrificio di portare a giro la tomba di mio marito. In quella teca non ci sono solo i resti di un’auto, ma i resti di tre sogni di tre famiglie spezzate. E quando la fissiamo va ricordata la scelta di campo che hanno fatto quei ragazzi. A voi giovani spetta la stessa scelta: decidere da che parte stare".

L’avvertimento: "La mafia c’è, ma ha cambiato volto, si è evoluta ed è più potente di prima - aggiunge Montinaro -. Oggi figli di mafiosi parlano quattro lingue, hanno due lauree, tre master, studiano nelle università più prestigiose del mondo. Tutto perché hanno i soldi, che usano poi per corrompere e occupare posizioni di potere". La giornalista de La Nazione, Michela Berti, moderatrice dell’evento, le chiede di commentare il titolo del suo libro, ‘Non ci avete fatto niente’. "E’ vero - replica Tina -, siamo ancora qui a ricordare quanto accaduto, perché quella bomba li ha resi immortali. Ma nelle scuole credo si debba parlare di più di mafia". Ma lei ha un sogno? "No - risponde, spiazzando la platea -. Non cambierei niente della mia vita: due figli splendidi e un nipotino. Un sogno collettivo, invece, ce l’ho: che un giorno non si parli più di mafia in Italia, grazie all’impegno delle nuove generazioni che sapranno fare meglio di noi". All’evento ha partecipato Claudio Saltari presidente dell’associazione Donatori Nati e Silvia Mollica dell’Ail Livorno.