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10 mag 2022

Era semiparalizzato dalla malattia Fu portato alla sbarra per spaccio

Una serra di marijuana contro il dolore: l’amico condannato a 13 mesi, lui assolto. Sit-in davanti a diciotto tribunali

"Coltivava in casa nove piante: e questo gli ha procurato un’altruista delazione e un’irruzione dei carabinieri". Parola di Adriano Sofri, uno dei tanti che si erano appassionati della sua vicenda. Chi era stato a chiamare i carabinieri per denunciare che avesse quella serra di marijuana contro il dolore? Non si è capito mai pienamente: ma certo tutto era iniziato da lì. Il 10 ottobre del 2019. Il classico blitz in una coltivazione di droga: dietro quest’uomo, piccolo e irriducibile, che se ne serviva perché un grammo al giorno non gli toglieva il dolore. Nella serra trovarono un amico: intento ad annaffiare l’"orto" e arrestato in flagrante. E condannato alla fine ad un anno e due mesi, anche se perfino un giudice, Giulia Soldini, aveva tentato di tutelarlo con un affidamento in prova.

Non si dava pace Walter di come fosse stato trattato l’amico. Ma perfino lui era finito sotto processo per spaccio di droga. Lui, che già in quell’ottobre era semiparalizzato, dura capire come potesse esercitare il reato. Lui, ex dipendente della Asl, la pensione di invalidità personale e quella del padre. E una malattia degenerativa che ne impediva i movimento e lo torturava. Il blitz finì con un sequestro: e l’aumento del dolore.

Il suo grammo "terapeutico" di Bedrocan, la cannabis medica, provò a dividerlo in tre dosi: le scioglieva nel burro perché facessero più effetto. Prima del processo le sue condizioni lo portarono ad aprire anche il dibattito sulla "buona morte", coltivava il sogno di togliersi la vita in Svizzera. Depositò in Comune il testamento biologico, fianco a fianco con Mina Welby. Andò ad incontrare il presidente della Camera Roberto Fico, lanciò un messaggio video a Mattarella, forte di ventimila firme per il rispetto del diritto alle cure.

In Tribunale una volta ci arrivò in ambulanza, fasciato da una coperta che sembrava una gabbia. Non riuscì a presentarsi in aula per la sentenza, stava troppo male. In quei minuti ci fu un sit-in davanti a 18 tribunali, Arezzo compresa. La stessa Pm Laura Taddei il 27 aprile del 2021 ne chiese l’assoluzione: motivo? Mancava l’elemento oggettivo del reato, e infatti non c’era e il giudice ne decise l’assoluzione. Ma ci vollero quasi due anni per uscirne pulito. Per liberarsi della surreale accusa di pusher bloccato in sedia a rotelle.

A.P.

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