Livorno,20, aprile 2017 - L’occasione è stata una lettera, indirizzata a tredici testate giornalistiche (tra cui la nostra) oltre che al presidente della Repubblica, al ministro Pinotti e alla procura militare, affrancata a Napoli il 5 aprile ed intestata «Associazione Nazionale Memoriale della Concordia». L’oggetto recita: «Denuncia di mobbing al capitano di fregata De Falco Gregorio, super eroe del disastro “Costa Concordia”». Una lettera che - come abbiamo verificato - si è scoperto essere un «fake», un falso ben orchestrato, contenente anche quache elemento di verità. L’associazione Memoriale della Concordia esiste, ma è quell’organizzazione di subacquei ravennati che voleva preservare le strutture sommerse utilizzate nell’opera di raddrizzamento del relitto della “Costa Concordia” sui fondali dell’Isola del Giglio dove avvenne il naufragio, per farne una sorta di museo-memoriale sommerso. E nulla ha a che vedere con le sorti del comandante De Falco econ la lettera arrivata in redazione. Anzi, il presidente Luigi Ruggeri, avuta da noi copia della missiva, si è rivolto ai carabinieri per sporgere denuncia contro ignoti. De Falco, invece, alla alla base di Nisida è stato trasferito davvero lo scorso settembre e - come lui stesso conferma - e da allora è in attesa che gli venga assegnato un posto tabellare. «Sono stato incardinato in un reparto, ma al momento - ci dice - posso solo rispondere con nome cognome e numero di matricola. Però questa lettera che avete ricevuto giunge nuova anche a me. Pensavo che mi chiamaste per le novità del Moby Prince...». Inizia così, partendo da tutt’altra vicenda, la nostra chiacchierata sugli ultimi sviluppi del caso Moby Prince con il comandante De Falco, che a Livorno vediamo spesso in prima fila alle manifestazioni dell’«Associazione 140 Familiari delle vittime del Moby Prince». E che, proprio dalla commissione d’inchiesta del Senato, è stato sentito nella seduta n.34 del 26 ottobre 2016. «È una cosa seria», ci dice, riferendosi al lavoro dei senatori. Parole, le sue, che - un po’ come quella sera al Giglio, quando il suo “salga a bordo...” fece storia - suonano come un fermo richiamo al senso di responsabilità nei confronti di chi aspetta da 26 anni la verità.

Comandante De Falco, appurato che la lettera che la riguarda è un falso e visto che ci dà lo spunto, parliamo di Moby Prince. Quali sono secondo lei gli elementi di novità più importanti sul fronte dell’inchiesta?

«Beh un elemento sicuramente importante, ma passato un po’ in sordina, l’ha scovato una giovane giornalista del fattoquotidiano.it. Che con la tenacia pari a quella di Sandro Lulli in canoa fino a Capraia, è riuscita ad ottenere un appuntamento e ad intervistare un testimone qualificato dell’incidente del Moby Prince. Testimone qualificato perché era pilota del porto di Livorno, Raffaele Savarese, oggi in pensione. Quella sera Savarere è in casa a Livorno e il vicino avvisa che c’è stato un cincidente in mare. Si affaccia alla terrazza e tra le due navi in collisione incendiate, riconosce, dal colore, che una è un traghetto. E, conoscendo bene gli orari di arrivi e partenze, riconosce anche che quel traghetto è il Moby Prince. Sono le 22.45».

Quindi qualcuno aveva visto la nave prima di quando abbiamo sempre saputo...

«Esattamente un’ora prima, forse anche di più del momento in cui entra ufficialmente nella scena della tragedia il Moby Prince. Savarese sa che c’è il Moby Prince coinvolto e avvisa sicuramente la corporazione, forse Navarma e chi altri non so. Ma questo è un elemento fondamentale perché, appunto, si è detto che fino alle 23.45 nessuno sapeva del traghetto».

Crede che Savarese sarà sentito dalla commissione d’inchiesta?

«Io penso che la commissione questo Savarese lo dovrà sentire. Lo sentirà. E si dovrà chiedere chi era informato di questa circostanza importantissima, perché dalle 23.12 sappiamo che non c’è più nessuno a bordo dell’Agip Abruzzo, sono tutti sbarcati. Tutte le risorse a quel punto dovevano concertrasi su quell’altra nave, che stando a Savarese era ben nota, a quel punto, da oltre mezzora. Perlomeno si dovevano suddividere le forze fin da subito. Prima per cercarla, quella nave, poi per soccorrerla, o almeno tentare di farlo».

E gli altri elementi nuovi?

«C’è un altro fatto importante che è stato detto dal senatore Uras a Cagliari, durante l’inaugurazione della Piazza intitolata alle vittime del Moby Prince. Hanno detto di aver sentitoAlessio Bertrand, il mozzo del Moby Prince, l’unico testimoni di bordo. Il quale avrebbe negato di aver detto che erano tutti morti. Avrebbe invece detto “ci sono persone da salvare”. Solo successivamente avrebbe detto agli ormeggiatori Valli e Mattei “sono tutti morti”. Quindi gli ormeggiatori comunicano questa desolante considerazione alla Capitaneria via radio. Ma lui nega adesso. Sono andato a rivedermi le udienze in cui era già stato sentito. Nel 2009, davanti alla Procura di Livorno aveva parimenti tentennato, ma comunque negato di aver mai a ffermato con precisioone che a bordo erano tutti morti. Lui aveva detto “Penso che alcuni di loro possano essersi salvati alcuni come ho fatto io ma io non ho visto segni di vita”. Nelle due precedenti sue testimonianze, nel 1991, il giorno dopo sul punto non dice quasi niente. A settembre 1991 dice effettivamente ”Sono tutti morti”».

Come mai secondo lei queste due versioni?

«Intanto nel 2009 lo trascrivono così come parla, in napoletano e con tutte le pause che uno fa mentre parla, con tutte le incertezze. Nel 1991 a settembre viene evidentemente tradotto, perché sembra parli un signorino. E forse quel che dice viene anche tradito, involontariamente, forse travisato. Si dà una versione anziché la complessità del pensiero un po’ ondivago di quest’uomo».

Una testimonianza da prendere con le molle...

«Bisogna sempre ricordare che si tratta di una persona che da allora è rimasta scioccata. E per questo, tra l’altro, beneficia di un assegno, dell’Inail perché inabile al lavoro. Anche questa circostanza fa sì che le sue dichiarazioni vadano soppesate. Questi sono i fatti importanti svelati dai senatori sardi. Ma sono un fatto storico, una testimonianza, va presa per tale e va resa anche in via formale nella commissione».

Che intende dire?

«Non si deve consentire di ritenere la cosa non seria. È seria e la serietà della circostanza va anche formalizzata. La serietà deve essere sostanziale e avere un connotato anche formale perché non si vadano poi a raccontare sciocchezze. Come Gianni Veneruso, il primo marinaio che salì a bordo del Moby Prince dopo il disatro. Disse in audizione di essere stato dotato di indumenti antifuoco, quando aveva solo una tuta antipioggia e con le lamiere fumanti la tuta cerata sarebbe stato un suicidio. Qualcuno gli aveva chiesto di dire, oppure si era convinto lui da solo a dire una sciocchezza, perché non si era reso conto che quella è falsa testimonianza. I membri della commissione d’inchiesta sono come giudici, esercitano la giustizia in nome del popolo italiano. E questa, se mi consente, è una cosa seria».