BENEDETTO FERRARA
Cronaca

La regista venuta dalla Nave: "La mia Firenze bella e litigiosa. Io e la Nannini? Due ribelli"

"L’Arno è il mio mare, lo attraversavo con il barcaiolo Berto. Poi costruirono il ponte". L’amicizia con la rockstar e il ’grazie’ a Monicelli. "Il TH? Scelto a 12 anni, resta il mio segreto".

"L’Arno è il mio mare, lo attraversavo con il barcaiolo Berto. Poi costruirono il ponte". L’amicizia con la rockstar e il ’grazie’ a Monicelli. "Il TH? Scelto a 12 anni, resta il mio segreto".

"L’Arno è il mio mare, lo attraversavo con il barcaiolo Berto. Poi costruirono il ponte". L’amicizia con la rockstar e il ’grazie’ a Monicelli. "Il TH? Scelto a 12 anni, resta il mio segreto".

Sensibilità e passione. Empatia e coraggio. Cinzia TH Torrini ha una fantastica storia di raccontare, lei che passa la sua vita a raccontarci quelle degli altri. Una ragazza fiorentina cresciuta nel mondo, donna caparbia e gentile: cinema e tv, lei non si è mai fermata da quando lasciò Firenze per andare a studiare cinema in Germania, alla corte di Fassbinder, Wenders, Herzog.

"Sono cresciuta alla Nave a Rovezzano. L’Arno era il mio mare. Lì ho imparato a nuotare. C’era un barcaiolo. Grazie a lui attraversavamo il fiume. Quando nel ’78 costruirono il ponte di Varlungo Berto dovette cessare la sua attività. Raccontai la sua storia in un piccolo docu, si chiama Prima o poi".

Anni di formazione, quelli, anni speciali. "Amavo quel senso di libertà, tutta quella natura. In via di Badia c’erano tanti alberi da frutto. Io passavo giornate intere seduta sui rami. Mi chiamavano il Barone rampante".

Poi è cresciuta. Il liceo, le scoperte che forse le hanno cambiato la vita. "Volevo fare l’artistico, ma i miei scelsero per me e così mi dovetti iscrivere al linguistico di via Ghibellina. Non sono mai stata bigotta, però ero attirata dalla bellezza e dalla spiritualità. Ricordo che mi capitava di passare del tempo da sola, davanti alla Pietà di Michelangelo, quella che adesso è custodita al museo dell’opera del Duomo. Ammiravo quel capolavoro incompiuto, il fatto che mancasse qualcosa mi faceva immaginare ogni volta storie diverse. Crescere a Firenze è una fortuna: quando vivi nel bello la vita è migliore".

Ma lei sognava di fare la regista. E allora bisognava partire... "Ho studiato cinema a Monaco, sfidando i miei. Volevo capire, scoprire il mondo. Mi piaceva scrivere, viaggiare, raccontare storie e scandagliare la realtà e temi sociali. Come la ludopatia, che ho trattato in “Giocare d’azzardo”, storia di una donna prigioniera del vizio del gioco".

E nell’86 arriva il successo di Hotel Colonial. Poi la tv. Come nacque questa scelta? "Un giorno mi chiamò il proprietario del cinema Barberini. Mi disse che Hotel Colonial aveva riempito la sala per tre giorni di fila. Ma mi disse anche che aveva un contratto che lo obbligava a cambiare pellicola. Ero furiosa. Così mi guardai intorno e nacque il mio rapporto con la televisione, che allora ti offriva molte possibilità".

Se Hotel Colonial era stato il suo best sul grande schermo, Elisa di Rivombrosa è stata la sua sfida nazional popolare. Grande successo, grande capacità di essere pop senza perdere quel tratto autorale che la contraddistingue. "Mi piace imparare, sfidarmi, battere nuove strade. Quella è stata un’avventura incredibile. Cinquanta settimane di riprese quotidiane. Dormivo in macchina per non sprecare tempo. Se quell’automobile fosse stata una carrozza potrei dire di aver vissuto tre secoli fa".

Di lei si dice che non molla mai nessun passaggio della produzione. Sceneggiatura, costumi, casting, set, montaggio, mixaggio: non deve essere facile… "Sì, ho sempre fatto così. Una volta, mentre sceglievo i costumi, qualcuno mi chiese: ma come fai ad avere così tanto gusto per il bello? Risposta semplice: sono fiorentina".

Già. Torniamo a Firenze. Città bella e … "Litigiosa. Lo racconta la storia. Uno fa e l’altro disfa".

La storia racconta anche delle rivalità tra città toscane. Che però possono generare cose preziose come “Sei nell’anima”, la serie su Netflix sulla vita di Gianna Nannini. "Le nostre mamme erano amiche, e spesso tra di loro parlavano delle loro figlie un po’ matte. Quella che voleva diventare regista e quell’altra rockstar. Io e Gianna avevamo tante cose in comune: i sogni, un passaggio di formazione in Germania, l’essere donne caparbie e ribelli. Così tanti anni dopo abbiamo deciso che valeva la pena raccontare la sua vita. Ma lei non voleva celebrare se stessa, non è il tipo. La sua storia racconta di una ragazza coraggiosa in un mondo pieno i eroi al maschile. Io la amo come artista e come donna. Seguo sempre il suo mantra: non comprometterti mai, è tutto quel che hai".

Il valore della dignità. "Anche il mio mondo ha i suoi tratti maschilisti. Le cose per fortuna nel tempo sono un po’ cambiate".

La persona a cui dire grazie? "Sono tante. Se ne devo scegliere una dico Mario Monicelli. Mi ha accolto a Cinecittà quando non conoscevo nessuno".

Guardiamo avanti: cosa ci aspetta? "Ancora musica. Uscirà a breve un biopic per la Rai su Peppino Di Capri, un artista che quando ero giovane mi era distante: quando lui cantava alla Bussola io andavo a ballare al Piper. Poi l’ho conosciuto e sono rimasta affascinata: anche a 85 anni, quando si siede al piano forte, riesce a comunicare emozioni forti".

Siamo quasi alla fine. Ce l’ha un desiderio per la sua città? "Ne ho tanti. Ne scelgo uno: c’è un grande campo a Badia a Ripoli. Sembrava destinato a strutture per il sociale, invece vogliono farci un parcheggio per i pullman turistici. Spero che cambino idea".

Ci proviamo senza farci illusioni: Il TH resta un mistero, giusto? "L’ho scelto a dodici anni. E’ il mio segreto e quello resterà".