Perugia, 13 marzo 2017- «Immagino questo spettacolo come un albero con radici profonde che ho voglia di piantare nella mia terra. Credo che alla fine Ibsen si porterà via un pezzetto di Perugia». Eccolo, Filippo Timi. Torna, attesissimo, nella sua città con uno degli spettacoli di punta della stagione di prosa: da questo martedì sarà al Morlacchi con «Una casa di bambola», rilettura del classico di Ibsen diretta da Andrée Ruth Shammah, dove il grande e amatissimo attore di Ponte San Giovanni si fa letteralmente in tre, interpretando tutti i personaggi maschili della storia, accanto a Marina Rocco nel ruolo di Nora, Mariella Valentini, Andrea Soffiantini. Le recite proseguiranno fino a domenica 19 e giovedì alle 17.30 la compagnia incontrerà il pubblico. Nell’attesa Timi racconta la nuova sfida, sempre pronto a mettersi in gioco tra teatro, cinema, tv e letteratura.
 

‘Casa di bambola’ è considerato da sempre il manifesto dei diritti delle donne. E stavolta?
«La nostra forza è di non dare per scontata la lettura di un classico. Prima tutto era chiaro, il marito è il mostro, la moglie la vittima da salvare. Nella nostra rilettura si accentua il conflitto tra maschile e femminile, si sposta l’attenzione sulla coppia e la difficoltà dello stare insieme. Senza più addossare le colpe soltanto a una parte».

Per questo interpreta tutti i personaggi maschili?
«Il marito, il dottore e l’usuraio sono altrettante facce dell’universo maschile, in ognuno metto qualcosa di me, altrimenti non potrei mai interpretarli. Devo sempre esserci io come punto fisso, per rendere vivo un personaggio. E’ difficile, faticoso ma emozionante».
Ha sbancato con spettacoli dissacranti, che ha anche scritto e diretto. Perché adesso ha scelto ‘solo’ di recitare?
«Volevo prendermi una pausa dalla regia dopo ‘Skianto’, per me è stata una prova autoriale estrema e profonda. Mi piaceva lavorare con Andrée Ruth Shammah e fare l’attore al cento per cento. Certo, poi ho preso parte al processo creativo ma senza il peso e la responsabilità di decidere tutto da solo».
Ha un valore speciale arrivare ora a Perugia?
«Certo, il teatro è vivo e questo spettacolo cambia, è come una pianta che cresce sempre, fa fiori e frutti. Adesso ha radici più profonde, alimentate con lacrime e amore. Sono contento di portarlo per una settimana nella mia città, fargli assaggiare quella grifagnità che mi appartiene».
Il legame con le radici è sempre fortissimo, vero?
«Assolutamente, uno è quello che mangia e io sono legatissimo alla mia terra, soprattutto quando non ci sono. Finché sei qui si danno per scontate troppe cose, da fuori è più facile apprezzare quello che ti manca. Anche la ciaramicola è più buona se si mangia ogni tanto».
Torna al Morlacchi per l’ennesima volta, sempre con il sold-out. C’è un ricordo speciale?
«La prima volta, quella più impressionante, quando entrai per vedere una rassegna di film di Carmelo Bene. Poi ci ho fatto pure un musical, ‘Jesus Christ Superstar’, avrò avuto 19-20 anni, facevo Gesù con la tonaca. Il Morlacchi è un teatro bellissimo, con una grande tradizione, per me è sempre un onore recitarci».
E il momento al quale tiene di più?
«Quando ci ho portato ‘Giulietta e Romeo’: fare quello spettacolo in perugino è stata una cosa meravigliosa, vennero persone che non erano mai entrate a teatro, non sapevano neppure cosa fosse il loggione».
In futuro c’è qualcosa... di casa?
«Sto lavorando a un nuovo libro, dove ricreo l’Olimpo umbro. Tanto si ricomincia sempre dal punto di partenza».