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Mps, Monaci ai magistrati: "Così funzionava il sistema Siena"

Caso Monte dei Paschi, parla il presidente del consiglio regionale

Monaci ha messo a disposizione dei magistrati fiorentini, Giuseppina Mione e Luca Turco, la sua ultradecennale conoscenza delle dinamiche interne al Monte DI GIGI PAOLI

Monaci a Palazzo di Giustizia a Firenze (New Pressphoto)
Monaci a Palazzo di Giustizia a Firenze (New Pressphoto)

di Gigi Paoli

Siena, 9 febbraio 2013 - «Anche prima c’erano nomine politiche, ma almeno i controlli erano veri». Alberto Monaci, presidente del consiglio regionale, prende tempo prima di imboccare il corridoio della procura di Firenze, dove i magistrati fiorentini e il pm senese Antonino Nastasi lo attendono come persona informata sui fatti. Quali? Il gioco del trono di Siena, il gioco del potere attorno al Monte: le dinamiche che portavano tutti, anche gli opposti, a mettersi attorno alla stessa tavola di Rocca Salimbeni. Monaci, senese doc, entra in procura e abbraccia Paolo Amato, ex senatore del Pdl che prima di lui ha risposto agli inquirenti.

«E’ stato un ragionamento politico sui rapporti fra Pdl e Mps», ha detto Amato. Monaci ha invece messo a disposizione dei magistrati fiorentini, Giuseppina Mione e Luca Turco, la sua ultradecennale conoscenza delle dinamiche interne al Monte. «Ne sono uscito nel ‘96, era un altro mondo — dice ora —. Un sacco di gente come me è andata via. Allora ci si ‘attriccava’, si litigava, ma era difficile che sfuggissero certe cose, certe cifre. Poi sono arrivati quelli di fuori...». Ma Vigni non è senese? «Uh, fuori le mura... Io, lui, lo conosco bene. Abbiamo lavorato tanto nello stesso ufficio, è un ottimo analista...».

E poi folgorante, facendo finta di essere soprappensiero, fa scivolare in basso i due lembi della sciarpa che tiene in mano: «Ecco, questa sciarpa sta più ritta...». Poco carattere, Monaci? E Mussari ne ha? «Non confondiamo il carattere con l’arroganza», è la pennellata d’autore per l’ex presidente.

Ma sono «quelli di fuori», quelli che «hanno fatto pagare sette volte Banca121», «quelli di Gallipoli», (e il riferimento a Massimo D’Alema, originario della cittadina pugliese, non pare casuale), a raccogliere i caustici strali di Alberto Monaci. Quando è cominciata la caduta del Monte? Il presidente del consiglio regionale la risposta ce l’ha e ha un nome (Legge Amato, ma Giuliano) e una data (luglio 1990).

«Quella legge ha cambiato il mondo. Ha trasformato le banche da istituto di diritto pubblico in un’altra cosa, creando un doppio vertice: la fondazione e la banca. Siena ha anche provato a resistere, poi...». Poi, già, sono arrivati quelli di fuori. «Ma certo. Basta vedere i cognomi, no?».
 

E se Monaci ha dato uno sguardo d’insieme sui poteri senesi ai magistrati fiorentini (che indagano sul Credito cooperativo fiorentino, la banca che faceva capo al parlamentare Pdl Denis Verdini), ad Amato sono stati chiesti dettagli sui rapporti Pdl-Mps. «Verdini — ha spiegato Amato — si è comportato da capo. Se la logica è una logica spartitoria... sono i compromessi necessari alla politica». Riguardo al ruolo di Andrea Pisaneschi, ex componente del cda di Mps ed ex presidente di Antonveneta, ritenuto vicino a Verdini (e indagato a Firenze assieme a lui), Amato ha spiegato ai magistrati che «non è stato nominato da Verdini, ma che è stato il frutto del ‘sistema’ senese. E’ una nomina che Verdini si ritrova e che poi gestisce».

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