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Uccise prostituta, 13 anni di carcere. La Cassazione: niente attenuanti

Definitiva la condanna di un giovane Il delitto alla Bufalina nel 2015. La donna abitava a Empoli

Ultimo aggiornamento il 6 settembre 2018 alle 07:17
Il corpo della donna fu ritrovato in pineta (foto Umicini)

Viareggio, 6 settembre 2018 - E’ definitiva la condanna di Idrissi Rahhal, 31 anni, che il 31 marzo 2015 alla Bufalina uccise volontariamente Eghianruwa Enoma, anche nota come Uygue Grace (domiciliata a Empoli), con numerosi colpi d’arma da taglio inferti al dorso e all’addome: 13 anni e 4 mesi di reclusione. I giudici della Corte di Cassazione hanno specificato che dalla condotta processuale dell’imputato non si traggono elementi di ravvedimento e la confessione è intervenuta quando le indagini avevano preso una direzione precisa con acquisizione di elementi decisivi a suo carico. Dunque, la sentenza d’appello è esaustiva e coerente, anche nel rifiuto delle attenuanti generiche e nelle determinazione della pena, considerata la gravità del fatto. I giudici di secondo grado hanno, infatti, rideterminato la pena rispetto al primo processo davanti al gup di Pisa escludendo l’aggravante delle sevizie e della crudeltà e riconoscendo la diminuente del vizio parziale di mente, all’esito di una perizia.

Dopo le prime indagini sull’omicidio, e l’acquisizione dei risultati di una conversazione intercettata all’interno del carcere dove Rahhal era detenuto per altra causa – nel corso della quale ammetteva di essere l’autore dell’omicidio – l’imputato rese piena confessione al pubblico ministero di Pisa Lydia Pagnini. Dichiarò di aver contattato la vittima, che si prostituiva in una zona della pineta vicino l’Aurelia in località Bufalina, con l’intento di ottenere una prestazione sessuale a pagamento; da qui nacque una discussione, poi degenerata nell’aggressione omicida con 14 coltellate. Determinanti per le indagini si rivelarono gli accertamenti svolti sulla scena del crimine: uno scontrino e le telecamere della Unicoop di Torre del Lago dove aveva acquistato birre, i jeans ancora intrisi di sangue ed il furto di un cellulare ai danni di una transessuale brasiliana nel gennaio 2015. Il furto sarebbe stato consumato marocchino nel corso di un rapporto avvenuto nella stessa pineta dove è stata trovata morta la prostituta nigeriana che poi riconobbe dalle foto segnaletiche quell’uomo che si aggirava per le pinete con il coltello: per questo Rahhal venne arrestato sulle colline di Rosignano.

Le immagini delle telecamere del supermercato e poi riconoscimenti delle colleghe della vittima fecero convergere le indagini sul nordafricano. Le intercettazioni in carcere – nonostante il linguaggio in arabo – hanno permesso ai carabinieri di chiudere il cerchio. Impugnando la sentenza davanti la Suprema Corte, il difensore aveva lamentato che i giudici di secondo grado avevano valorizzato i precedenti penali del 31enne, e sottolineato come Rahhal fin da subito avesse ammesso le sue responsabilità, fornendo una dettagliata ricostruzione dei fatti. Ma, per i giudici, confessò quando il quadro dei gravi indizi di colpevolezza puntava dritto su di lui.

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