La terribile immagine della notte della strage (foto Umicini)
La terribile immagine della notte della strage (foto Umicini)

Viareggio, 9 ottobre 2015 - Hanno smosso mari e monti. I familiari delle vittime della strage sono arrivati fin sotto Montecitorio, sono saliti al Colle dal presidente Sergio Mattarella, hanno incontrato il guardasigilli Orlando. Ogni passo possibile, per evitare che i reati di incendio doloso plurimo e lesioni dolose possano cadere in prescrizione. Perché è stato proprio quell’incendio, innescato dal deragliamento di un treno carico di Gpl, a stravolgere senza appello le loro vite e ad interrompere la vita di 32 persone, le ‘loro’ persone. Su questa ipotesi, e su questa battaglia, interviene ora l’avvocato Armando D’Apote, difensore dell’ex ad di Fs Mauro Moretti, oggi a Finmeccanica, imputato nel processo. «Se quello della prescrizione, per fatti sostanzialmente assorbiti da altri ben più gravi reati, dovesse diventare il vero problema, in realtà uno dei tanti falsi problemi che hanno costellato questa vicenda, personalmente – ha dichiarato il legale di Moretti – non avrei alcun dubbio a consigliare al mio assistito di rinunciarvi, per spazzare via ogni ulteriore strumentalizzazione».

Immaginiamo sia difficile per Daniela Rombi, che ha visto sua figlia Emanuela spegnersi lentamente, uccisa dalle ustioni e tutte le terribili complicazioni, comprendere e digerire quella parola: «strumentalizzazione». E’ difficile anche per Luciana, che ha perso suo figlio Federico e la nuora. Per Silvano, che non ha mai più trovato il corpo di suo fratello. E’ certamente difficile per Marco Piagentini. Per lui, vivo per miracolo, ogni singolo raggio di sole rappresenta una pugnalata. La sua pelle oggi è fragilissima a causa delle ustioni, che hanno scavato anche nel suo cuore. Questo padre ha perso due dei suoi tre figli nell’incendio del 29 giugno, Luca e Lorenzo. E la moglie Stefania. «Noi – commenta Marco – non strumentalizziamo. Noi chiediamo solo verità e giustizia. Rinunciando alla prescrizione Moretti non fa un favore a noi, fa una favore alla verità e a questo Paese. E’ vero – prosegue – ci sono capi di imputazione anche più pesanti dell’incendio e delle lesioni colpose, lo sappiamo bene, ma è anche in questi reati minori che si trova la verità. E allora lo faccia, metta a verbale la sua rinuncia e lo facciano anche gli altri imputati. Per ora sono solo parole...» E sempre l’avvocato D’Apote, sui tempi del processo, ha aggiunto che «la difesa non ha mai compiuto un solo atto dilatorio. La vera causa della lunghezza abnorme di questo processo – ha concluso – è stata la dilatazione smisurata di una indagine preliminare in cui la procura ha rifiutato il confronto tecnico immediato e ha fatto passare un anno e mezzo per chiedere l’incidente probatorio, salvo poi ribaltare il tavolo come il giocatore che perde, quando l’incidente probatorio le è andato storto». 

Martina Del Chicca