GAIA PARRINI
Cronaca

La giornata del figurante: "Mi sveglio e mi trucco. Che ansia la vestizione"

Mollette, ciuffetti e un rito quasi sacro che riguarda migliaia di viareggini. Poi in bicicletta verso il circuito per dare sfogo alla libertà del divertimento. .

La giornata del figurante: "Mi sveglio e mi trucco. Che ansia la vestizione"

La giornata del figurante: "Mi sveglio e mi trucco. Che ansia la vestizione"

È quasi il momento. La bandiera sta per essere innalzata, i colpi di cannone per scoppiare e i preparativi per iniziare. La preparazione, per me, è una corsa sfrenata contro il tempo, un’organizzazione smaniosa, metodica, che quasi mi tormenta ed entra nei miei sogni. Come quando stai per partire per una vacanza tanto sognata, e l’ansia, quella bella, ti aggroviglia lo stomaco. È la dolce, e al tempo stesso ansiosa, giornata del figurante sui carri. O meglio dei figuranti che sfilano davanti ai carri e contribuiscono a creare la scenografia della costruzione. Nel caso mio quello di Fabrizio e Valentina Galli in Seconda categoria.

Calze, magliettine e maglie termiche. Cipria, ombretti, matite. Forcine, forcine e ancora forcine. Il mio cervello pianifica per filo e per segno i passaggi da attuare: l’ora della sveglia, l’ora del trucco, l’ora del vestito, l’ora di uscire. E, ossessivamente, li ripete. Fino a quando, arrivato il giorno del corso mascherato, la sfida con il tempo inizia davanti lo specchio. C’è un momento, sospeso, in cui, inebetita, guardo il mio riflesso e rimpiango di non aver seguito un corso da make-up artist, o, semplicemente, di non aver preso appuntamento con la truccatrice. Mi incoraggio. Così, come se fossi una tela, comincio a colorarmi il viso al ritmo delle playlist carnevalare.

L’oro della base si mescola al nero degli occhi e del naso, diventa un tutt’uno con i rombi e le forme rosse di un’indefinita geometria che tratteggiano la fronte e le guance. Sembro un quadro, mi dico: che meravigliosa volpe umana. Soltanto i grandi artisti sarebbero stati capaci di realizzare una tale opera d’arte in una "sola" ora e mezzo. Tic tac. Mentre soddisfatta "poso", balletto e mi elogio, le lancette scorrono e io sono già in ritardo sulla mia tabella di marcia. Appeso alla finestra, cellofanato come un oggetto sacro, c’è lui: il vestito.

Svolazzante, luccicante, rosseggiante, mi immagino già danzare e dominare il lungomare come una vera dea orientale. Posso solo immaginarlo, perché della grazia di una dea, con i miei sottostanti cinque strati di maglieria e mentre nella gonna infilo la testa e nelle maniche del kimono le braccia, cercando di non aggrovigliarmi su me stessa e tentando di leggere le istruzioni vestiarie, ho poco o niente. Però, ancora, poso, balletto e mi elogio. È il momento della corona volpata. Un ciuffetto, due ciuffetti, tre ciuffetti, una molletta, due mollette, tre mollette: i capelli diventano un’oasi di gommini e forcine appuntite in una costruzione degna dei migliori ingegneri, per tenere ben saldo il diadema d’orato ed evitarmi la scoronazione pubblica.

Per un’ultima volta poso, balletto e mi elogio. Prendo la bici, esco. E quel tempo, che tanto mi spaventava e sembrava essere sempre troppo poco, di colpo si ferma, sospeso come in una fiaba, in una magia. E forse, una magia, il Carnevale, lo è per davvero.