Perugia, 5 maggio 2021 - "Fino adesso i casi di variante Nigeriana sono stati tre in Umbria: uno lo abbiamo scoperto lo scorso 2 marzo, mentre gli altri due sono di persone straniere ’scovate’ a Magione pochi giorni fa dove c’è un link epidemiologico da approfondire. E infatti abbiamo inviato a Roma altri campioni per il sequenziamento e siamo in attesa di una risposta, ma è molto probabile ci siano altri casi".

Antonella Mencacci, direttrice del dipartimento di Microbiologia all’Università di Perugia, fa il punto sulle varianti presenti in Umbria dopo l’analisi da parte dell’Istituto superiore di Sanità degli ultimi 27 campioni inviati, rappresentativi della situazione nella nostra regione e dai quali è emerso la presenza di variante Inglese nel 77,8% dei casi, nel 14,8 la Brasiliana e nel 7.4 la Nigeriana. "E’ vero che abbiamo la percentuale più alta in Italia della variante africana – spiega Mencacci –, ma il campione è numericamente limitato. Abbiamo informato comunque l’Iss che è a conoscenza della situazione. Tra l’altro questa non è neanche una ’Voc’, ma una variante ’Voi’ che non si sa ancora quale significato abbia. Il fatto che invece che in Umbria prevalga l’Inglese sempre di più sulla Brasiliana è positivo – continua –, poiché quest’ultima può presentare problemi sulla risposta immune e quindi su possibili reinfezioni".

La professoressa Mencacci però non nega la preoccupazione dopo gli assembramenti di domenica in centro a Perugia per i festeggiamenti della promozione della squadra di calcio in Serie B. "Rischiamo che il contagio riparta – spiega –. Speriamo proprio di no, ma al momento la mia è solo una speranza, non di sicuro una certezza. Non ci sono basi scientifiche per dire che non sia stato pericoloso". E prevale anzora l’amarezza per certe scene: "E’ deluente – continua –: siamo un popolo che non è in grado di regolarsi. Ci siamo caduti la scorsa estate e adesso con tantissimi sacrifici stiamo andando meglio. Cosa costa darsi una regolata? Non c’è nulla che l’ordine pubblico o la politica possa fare se non prevale la civiltà. Non siamo capaci di pensare alle conseguenze che provocano i nostri comportamenti – ribadisce la scienziata –. Se dopo 14 mesi non abbiamo capito che questi atteggiamenti sono pericolosi non andiamo da nessuna parte. E sono a forte rischio non tanto per chi si trova in quelle situazioni, ma per i familiari o i colleghi di lavoro che ci entreranno in contatto. Siamo stati 100 giorni con restrizioni molto forti, eppure non riusciamo a comprendere che la prudenza deve ancora prevalere. Certo la vaccinazione ci sta dando una mano, ma il virus circola. Bisogna dunque agire in due modi – conclude –: evitare che chi è a rischio si ammali prima di tutto. Poi che il Covid circoli troppo e muti, perché a quel punto la vaccinazione perde efficacia. Non possiamo ancora fare solo affidamento solo sui vaccini, questo bisogna metterselo bene in testa".