Attilio Solinas

Perugia, 16 maggio 2018 - Facebook è tenuta a controllare la creazione di falsi account, in particolare se ledono la reputabilità del vero soggetto a cui nome è stato aperto il profilo. E avrebbe dovuto mettere a disposizione del ‘denunciante’ – così come disposto anche dal Garante per la privacy italiano con un provvedimento – tutte le informazioni contenute nella piattaforma virtuale che lo riguardano.

Attilio Solinas, stimato medico perugino e consigliere regionale, cita in giudizio il colosso Facebook accusandolo – prima dello scandalo sulla trattazione dei dati personali che sta travolgendo Mark Zuckerberg – di aver violato la sua privacy, senza alcun rigoroso controllo di profili e contenuti illeciti, e senza ottemperare all’ordine del garante. La prima udienza si è svolta ieri mattina davanti al giudice civile del tribunale di Perugia, Michele Moggi. L’avvio del processo arriva proprio nel giorno in cui il colosso statunitense rende noto di aver disattivato nel primo trimestre del 2018 ben 583 milioni di account falsi. Il dato è stato fornito dallo stesso social network che ha pubblicato i primi risultati sull’applicazione delle linee guida interne per gli Standard di Comunità con l’obiettivo di aumentare la sicurezza dopo lo scandalo «Cambdridge Analytica».

La vicenda-Solinas era esplosa due anni fa, quando il professionista prestato alla politica aveva pubblicamente denunciato di essere stato vittima di un tentativo di estorsione da parte di una sedicente utente di Facebook e, successivamente, di aver riscontrato, attraverso i propri contatti personali sulla piattaforma, che era stato creato un falso account a suo nome e con la sua foto. Da lì erano stati inviati, ad altri contatti, contenuti di carattere sessuale e pornografico che avevano offeso l’onore e il prestigio del professionista.

Gli avvocati Giuseppe Innamorati e Federica Marabini, che assistono Solinas, chiedono al tribunale di condannare Facebook per i danni materiali e morali provocati al loro assistito dall’azienda americana, per aver rimosso i contenuti illeciti solo successivamente alla richiesta, per non aver mai reso noto all’interessato dove fossero ‘finiti’ tali contenuti (come prevede invece la legge italiana sul trattamento dei dati personali) e nemmeno aver fornito i profili e i relativi contenuti aperti a nome di Solinas, come ordinato alla fine dallo stesso Garante.

"La possibilità di immettere contenuti illeciti all’interno della piattaforma viene fornita, per non dire garantita – accusano i legali – dalla difficile se non impossibile riconducibilità dei contenuti all’identità del soggetto destinatario del servizio facebook che li ha immessi. L’assenza di qualsivoglia controllo in ordine all’identità garantisce in sostanza l’anonimato".

Facebook Ireland, che controlla la piattaforma italiana, si è presentata in udienza contestando, attraverso i suoi legali, gli avvocati Luciano Vasques e Agnese Franceschini, la citazione, e sostenendo di essere un "provider neutrale" che non può essere responsabile né per i contenuti né per i falsi account. Una risposta che contrasta con quanto dichiarato direttamente da Zuckerberg, che si era scusato dopo lo scandalo Usa dicendosi pronto a investire sulla ‘sicurezza’.

Erika Pontini