Medici in corsia
Medici in corsia

Perugia, 11 giugno 2019 - Entrò al pronto soccorso di Perugia in codice verde e le furono diagnosticati semplici «dolori addominali» ma Mina Caldarar, rumena di 55 anni, morì il giorno dopo, prima che i medici riuscissero a operarla per una «diverticolite colica» andata in peritonite che le causò una insufficienza cardio-respiratoria iperacuta».

E solo adesso, a distanza di cinque anni dalla tragedia in corsia, sono stati i consulenti tecnici nominati in sede civile dal giudice del tribunale Teresa Giardino (i dottori Piergiorgio Fedeli e Giovanni Cappelluti) a stabilire che ci furono errori medici e che la donna poteva probabilmente essere salvata.

Secondo i consulenti già l’ingresso in ospedale con un "addome acuto" avrebbe imposto di "giungere tempestivamente ad un’esatta definizione diagnostica" mentre fu riscontrato e inserito in cartella un generico "dolori addominali" che "non può essere considerata una diagnosi", sottolineano.

La donna fu quindi inviata in osservazione breve, senza eseguire la Tac – rimarcano Fedeli e Cappelluti, come già aveva fatto il consulente di parte, Marcello Mencacci –, senza somministrare terapia antibiotica ma soprattutto eseguendo clisteri: "trattamento – dicono – da evitare in caso di possibile diverticolite». «Anche presso l’Obi furono posti in essere atto erronei sia omissivi, sia commissivi".

Agli atti del procedimento manca anche parte della documentazione sanitaria, annotano. Emerge però che solo il giorno successivo, e cioè il 12 agosto del 2014, dopo aver eseguito una Tac i medici si accorsero di uno «pnumoperitoneo». Caldarar fu inviata d’urgenza in chirurgia per essere operata. Morì poco dopo l’esecuzione dell’anestesia. «Acclarata – concludono – la presenza di plurimi atti erronei posti in essere dai sanitari dell’ospedale di Perugia, risulta più probabile che non, che un diverso corretto comportamento dei sanitari, sia in ambito di pronto soccorso che di Obi, avrebbe evitato il verificarsi del decesso della signora Mina Caldarar».

A chiedere al giudice di disporre una perizia superpartes erano stati nel 2018 gli avvocati Giuliano Rocchi e Andrea Ulivucci che ritenendo l’Azienda ospedaliera di Perugia responsabile del decesso hanno avviato una causa per un risarcimento di tre milioni di euro. E, dopo il tentativo di conciliazione, andato a vuoto, e ora, forti di una consulenza tecnica d’ufficio, sollecitano il risarcimento per i cinque figli della donna, per genitori e fratelli.

Erika Pontini