Perugia, 12 giugno 2018 - C’è qualche schiarita sul cielo dell’Umbria che produce. Ma il clima è ancora incerto e si accentua la storica visione di una regione a due velocità. Da una parte infatti ci sono le macro aziende, dall’altra le piccole che ancora annaspano e parecchio. Intanto, nel 2017 è cresciuto il fatturato dell’industria, sorretto soprattutto dagli ordini interni. La produttività della manifattura è in risalita, ma ancora in ritardo rispetto al Paese. Le performance migliori le registra quella macchina inossidabile rappresentata dal turismo, con flussi e presenze in ripresa vicini ai livelli pre-terremoto.

Capitolo lavoro: dopo il calo osservato nel 2016, i livelli occupazionali sono rimasti stabili, a fronte dell’ulteriore crescita dell’Italia. Come rilevato da Istat e Inps il lavoro c’è ma è soprattutto precario e di scarsa qualità. Aumentano gli occupati nel settore dei servizi, ma non nel commercio e nel turismo, con una qualità complessiva che rimane inferiore alla media italiana. In generale infatti non si tratta di un terziario che investe, ma di un comparto a bassissimo tasso di innovazione e molto tradizionale, anche per quanto riguarda i servizi alle imprese, a loro volta scarsamente innovative. L’Umbria si caratterizza per una quota di popolazione laureata superiore alla media nazionale (15,4%, contro il 13,6%) a cui si associa però una domanda da parte delle imprese più orientata alla ricerca di operai specializzati. Intanto il tasso di disoccupazione è salito al 10,5%, per l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro, in particolare in provincia di Terni tra le donne e i giovani.

E’ il quadro che emerge dal Rapporto sull’economia della regione, relativo all’anno 2017, presentato dalla filiale di Perugia della Banca d’Italia, presenti il direttore Nicola Barbera e i curatori dell’analisi Paolo Guaitini, Lucia Lucci, Daniele Marangoni e Simone Santori.

"Dopo una crisi crudele – osserva Barbera – anche la ripresa divide e non ci sono riduzioni di squilibri che, anzi, si accentuano. Se l’andamento complessivo è positivo non vuol dire che i problemi strutturali sono però risolti. «Quanto all’edilizia, la sofferenza continua: dopo aver perso oltre il 30% in dieci anni di occupati e di valore aggiunto – osserva Bankitalia – la flessione c’è anche nel 2017, anche per via del mancato avvio della ricostruzione post terremoto». Numeri positivi in generale ci sono anche per il credito (+2,5%): aziende più grandi e famiglie hanno bisogno d’ossigeno.