Perugia, 14 marzo 2018 - UN COFFEE SHOP per ‘consumare’ il crack installato nella casa di Città di Castello che aveva ereditato dal padre deceduto. Un via vai di clienti del posto che venivano quasi ‘invitati’ a inalare  la cosidetta ‘cocaina cotta’ nel salotto di casa, le dosi preparate nelle bottigliette di vetro con le pipe al costo di 40 euro l’una che, spesso e volentieri, l’indagato-rifornitore ‘scroccava’ anche agli assuntori. E l’ipotesi, inquietante, che tra i suoi clienti ci fosse pure Luigi Silvestrini, artigiano di 45 anni, morto nel maggio del 2017  nella sua abitazione di Città di Castello ad appena due giorni dal ricovero in una comunità di recupero, la Giovanni Paolo XXIII di Rimini, che aveva programmato proprio per iniziare il lungo e difficile percorso di disintossicazione. E’ finito così in carcere a Capanne, all’esito di una lunga e complessa indagine della polizia del commissariato di Città di Castello, Lorenzo Pieggi, 37 anni, tifernate incensurato.

UN INSOSPETTABILE accusato di più episodi di spaccio e di aver adibito la sua dimora  a luogo abituale per il consumo di sostanze stupefacenti. Un reato quasi mai contestato dalla magistratura. Pieggi – difeso dall’avvocato Marco Gambuli – è anche indagato (ma per questo reato a piede libero) per aver provocato la morte di Silvestrini come conseguenza di altro reato. Emblematica una telefonata di Pieggi al 45enne quando l’artigiano era già deceduto ma ancora nessuno lo sapeva, emersa dalle indagini che, partendo proprio dall’overdose mortale, sono riuscite a ricostruire una fitta rete di spaccio. Pieggi è stato bloccato ieri mattina dagli agenti diretti dalla dottoressa Lucia Ziliotto, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal giudice per le indagini preliminari Piercarlo Frabotta su richiesta del pubblico ministero Gemma Miliani. 

ADESSO si trova in carcere in attesa dell’interrogatorio di garanzia. Il crack è una sostanza stupefacente pericolosissima: in auge negli anni ’80 è tornata sul mercato delle droghe negli ultimi anni e, secondo gli esperti, crea un’altissima dipendenza anche dopo poche assunzioni.  Il crack viene inalato utilizzando pipe di vetro. Alla base c’è un processo chimico, sprigionato dal surriscaldamento dei cristalli di droga di cocaina che sviluppano fumo.

Erika Pontini

e Francesca Marruco