Francesco Pannofino e Emanuela Rossi
Francesco Pannofino e Emanuela Rossi

Roccastrada (Grosseto), 11 marzo 2018 – Dopo il successo de “I suoceri albanesi”, con una tournée di oltre 200 repliche in tutta Italia, Francesco Pannofino e Emanuela Rossi tornano sulla scena nei panni di Lucio, consigliere comunale progressista; e Ginevra, una chef in carriera di cucina molecolare.

La stagione del teatro dei Concordi di Roccastrada domenica 11 marzo alle 21 propone Francesco Pannofino e Emanuela Rossi nella commedia “Bukurosh, mio nipote” di Gianni Clementi, per la regia di Claudio Boccaccini. Sul palco anche Andrea Lolli, Silvia Brogi, Maurizio Pepe, Filippo Laganà, Elisabetta Clementi.

Il sipario si apre su un interno medio borghese, dove una famiglia sente messa in pericolo la propria presunta stabilità ed è costretta a mettersi in gioco. Ne abbiamo parlato con l'ironico Pannofino.

Questo spettacolo è il sequel de I suoceri albanesi?

“Sì, i personaggi sono gli stessi e la vicenda va avanti. Ma la commedia è godibilissima anche per chi non ha visto la precedente, altrimenti ci saremmo giocati mezza platea. È uno spettacolo che vive comunque di vita propria, l'autore Clementi è stato molto bravo in questo”.

Lucio e Ginevra stavolta a cosa devono far fronte?

“Camilla, nostra figlia diciassettenne, è rimasta incinta di Lushan, e si è sposata. Questa commedia inizia con il nostro ritorno dall'Albania dopo aver partecipato alle nozze. Ci sono tanti colpi di scena, Camilla che fugge ed è inseguita, i suoi tentativi di lavori moderni come fashion blogger. Lucio è alle prese con una difficile campagna elettorale, da cui prende una bella scoppola. Mia moglie, Ginevra, ha un ristorante di cucina molecolare che va a picco...”.

Cucina molecolare? Una satira delle mode gastronomiche?

“Eh certo, quelle dove non se magna niente. È una commedia in cui si ride tanto ma ci sono anche molti spunti di riflessione: il rapporto di coppia, il distacco generazionale tra genitori e figli, omofobia, solitudine...”

Qual è il messaggio?

“L'integrazione è possibile. Si passa attraverso difficoltà, incomprensioni, tradizioni e linguaggi diversi ma alla fine con la buona volontà si può stare bene insieme. I nostri suoceri albanesi sono anche più pragmatici di noi”.

Sua moglie nella commedia è anche sua moglie nella vita. È più divertente lavorare così?

“Beh intanto le scenate ce le facciamo a teatro e non nella realtà. Può essere terapeutico. C'è ormai una unione artistica consolidata da tanti anni. E si è creata una bella squadra, a partire dall'autore agli altri attori”.

E alla fine arriva Bukurosh, il nipote, la salvezza da tutti i problemi.

“Nello spettacolo c'è una citazione: un bambino arriva sempre con il pane sotto il braccio”.