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“Il Mosaico delle Abilità”: Il campo riabilitativo di Irifor per non vedenti e ipovedenti

a cura di SpeeD
Ultimo aggiornamento il 30 luglio 2018 alle 15:44
Il mosaico delle abilità

Dal 17 al 23 giugno scorsi si è tenuto a Siena l’undicesimo campo riabilitativo di Irifor Siena, ente di emanazione dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, intitolato “Il mosaico delle abilità”. Un’esperienza che ha coinvolto quindici persone con disabilità visiva ed altri deficit in aggiunta ad ipovisione o cecità, di età tra i 13 e gli 85 anni. «La stesura del progetto base per il campo riabilitativo – spiega Elena Ferroni psicologa competente in materia di disabilità visiva, consigliere nazionale di Uici e consigliere della Sezione Uici di Siena – si è svolta in equipe con Nadia una nuova giovane socia, con gli
operatori ormai consolidati
negli anni e con la segreteria
Uici di Siena. A questo si è
aggiunta la conferma della
struttura che ci ospita da anni
e il coinvolgimento di due nuove
figure, una geologa e guida
ambientale escursionistica
ed un musicoterapeuta. Il
cofinanziamento di Irifor
nazionale e la possibilità di partecipare al progetto Net. In Campus, ci hanno stimolato a dare il massimo quando ormai l’avvio del campo era alle soglie».

«Abbiamo immerso cucchiai e dita tra biscotti, latte, panna e Nutella, facendo scoppiare la magia della cucina, osservando chi ha più esperienza “pasticciera” farsi tutor di chi ha più paura – prosegue Ferroni -. Grazie ai ragazzi dell’Associazione sportiva Quarto Tempo di Firenze abbiamo corso dietro ad una palla sonora, provato a passarcela e tirato addirittura qualche rigore; tutto è accaduto con serenità, mentre chi non può correre dietro a quella palla non ha fatto mancare incitamenti e tifo ai provetti ai calciatori non vedenti, ipovedenti e operatori e volontari che, con la mascherina sugli occhi, hanno sperimentato un vero calcio alla cieca. Abbiamo versato succhi e tagliato frutta per preparare cocktail analcolici, fino a che l’ultimo giorno ci siamo ritrovati tutti in cerchio sul palco del Laboratorio e ciascuno ha tirato di nuovo fuori la sua musica, il suo suono più bello: il suono nato dalla propria voce, dalle mani, da un tamburo, una chitarra, una tastiera o un ocean drum, suoni cresciuti per accordarsi con note e ritmi degli altri, dando volume a tre improvvisazioni di gruppo colme di grinta e vita».

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