Ferdinando Bigliazzi
Ferdinando Bigliazzi

Siena, 2 novembre 2019 - Con in mano il suo testamento biologico, cartelle fitte meditate a lungo; nella mente il desiderio di finire la propria vita come polvere nel bosco di Lecceto e nel viso le lacrime per il ricordo degli anni di Enrico Berlinguer. Ferdinando Bigliazzi, con i suoi 88 anni, ha le idee più che chiare e una lucidità quando parla di morte da far invidia a Epicuro e il suo «Quando ci siamo noi, la morte non c’è».

Morte, appunto, quel tema tanto discusso negli anni, da Platone, Agostino, Pascal, Kierkegaard, Nietzsche, Bergson, Heidegger, Hegel, e ne parlano tutt’ora filosofi contemporanei, storici, teologi, e politici. Soprattutto loro prima e dopo l’approvazione sul fine vita, che tanto ha fatto discutere. «Non è nulla, né per i vivi ne per i morti» diceva ancora Epicuro, che lo abbia letto quel signore senese che tutti i giorni esce per comprare La Repubblica, il Corriere della Sera e la Nazione (per sapere cosa fa De Mossi, ndr) non lo sappiamo, ma di una cosa siamo certi: lui quel testamento biologico lo ha voluto fortemente. Per etica. Punto.

«Ogni Paese civile lo ha», ripete continuamente durante l’intervista. «Ora compilo il documento – racconta mentre ce lo mostra - e lo mando ancora una volta in Comune». E alla domanda perché questa scelta, lui risponde ancora: « Segno di civiltà e di non arretramento». Per lui non è un tabù parlare di fine vita e non lo era neanche sessant’anni fa, eppure anche fra i suoi coetanei la morte, il fatto più scontato di tutti è un tabù.

«A tanti amici e coetanei ho fatto vedere il testamento, e ho detto loro che io e mia moglie vogliamo avere le ceneri sparse a Lecceto. In Svizzera non ci possiamo andare, ci vogliono soldi, andremo a Lecceto, dove ho fatto il Liceo».

E alla parola liceo molti sono stati i ricordi che ci ha voluto donare, come le lezioni di Idilio Dell’Era, poeta, romanziere e saggista. A quei ricordi sono seguite le lacrime, come al ricordo di Berlinguer, e a quelle riunioni dentro alla federazione del Pci di decenni fa, quella storica. Ricordi preziosi, come preziosa è la vita e come sono preziosi per lui e per tanti altri, quei due fogli, scaricabili in prestampato dalla rete, che mettono la parola fine a terapie e trattamenti sanitari in caso di malattie o lesioni invalidanti.

Basta apporre una serie di crocette alla voce «disposizioni generali in caso di una malattia giudicata irreversibile associata a grave disturbo cognitivo». Un rosario di intenzioni che vanno da «in caso di arresto cardio-respiratorio si pratichi la rianimazione cardiopolmonare» fino al «si ricorra alla sedazione profonda». Poi dovrà recarsi in Comune, ma insomma la scelta è stata fatta e a farla è stato un uomo di 88anni con qualche acciacco normale per la sua età ma in piena lucidità, e consapevolezza.

«Ho cinque figli e tanti nipoti, all’inizio mi chiedevano perché, ma io gli ho sempre detto che lo volevo fare. La volontà è la mia». E sulle polemichesociali, culturali e di svariate pronunce giurisprudenziali lui non ha dubbi e ripete: «Ognuno deve poter esprimere la sua volontà, soprattutto se ora è legge». Legge approvata il 14 dicembre 2017, ma entrata in vigore il 31 gennaio 2018 . Ha paura di morire? «No – risponde -. La morte non mi fa paura, io sono ateo».
© RIPRODUZIONE RISERVATA