Una terapia a due fasi applicata alle Scotte su una Testimone di Geova

Siena, 14 giugno 2018 - Alleanza terapeutica con il paziente, dialogo fra medico e malato, e rispetto delle sue scelte di vita e di fede: il caso esemplare è quello che vede una ragazza, testimone di Geova, sottoposta ad un trapianto di staminali senza ricorrere a trasfusione di sangue. L’intervento, effettuato al policlinico di Siena, con un percorso ad hoc per la paziente, è assai raro ancora oggi in Italia. I casi si contano sulle dita di una mano.

Protagonista a Siena è Desiré, 23enne di Torino, affetta dal linfoma di Hodgkin, tumore maligno del sistema linfatico. La ragazza è stata dapprima sottoposta a 6 mesi di chemioterapia, con la malattia che apparentemente si è fermata. Invece di lì a poco ricompare. Il passaggio successivo comporterebbe, nell’approccio tradizionale, il trapianto di cellule staminali, con trasfusione di sangue. La ragazza però, essendo testimone di Geova, si appella al Biotestamento e rifiuta la terapia indicatale. A questo punto interviene il Comitato senese dei Testimoni di Geova che invita la ragazza al policlinico Le Scotte. Il primo approccio terapeutico passa per Ematologia, reparto diretto dalla professoressa Monica Bocchia.

«ABBIAMO impostato una terapia mirata per mandare indietro la malattia» spiega il dottor Alberto Fabbri, ematologo responsabile del programma linfomi. «Si tratta di una strategia di remissione della malattia – entra nel dettaglio –: in sostanza abbiamo frenato il diffondeersi della malattia, alzando i valori ematici, grazie alla somministrazione di ferro, eritropoietina e acido folico». Così è arrivata la nuova scomparsa temporanea della malattia, senza far precipitare la ragazza nella necessità di una trasfusione urgente. Trasfusione alla quale la ragazza non si sarebbe sottoposta: «Sembrava che tutte le porte le si chiudessero davanti – ancora il dottor Fabbri – invece le è stata data un’altra possibilità. Fondamentale è stato il dialogo fra paziente e medici».

A QUESTO PUNTO scatta la fase due dell’approccio al delicato caso: la paziente passa dall’ematologia al Centro trasfusionale, per l’autotrapianto di cellule staminali emopoietiche. E qui a operare è l’equipe del dottor Giuseppe Marotta, direttore della Terapia cellulare e Officina trasfusionale. «Questi pazienti normalmente rispondono alle terapie convenzionali – spiega il dottor Marotta –, poi c’è un 30 per cento per cui non basta e diviene imprescindibile la terapia di salvataggio. Ho parlato con la paziente e i suoi familiari spiegando che la terapia era seguibile, sostenibile, che però senza trapianto il rischio di ricadute è altissimo. Anche il trapianto in sé non era facile. La ragazza ha accettato: è stata sottoposta alla terapia pretrapianto del dottor Fabbri, che in sostanza le ha alzato l’emoglobina, poi abbiamo eseguito l’intervento. Che è andato bene. Questo non vuol dire che la malattia non si ripresenti. Per questo dopo le dimissioni dall’ospedale alla ragazza è stato consigliato di proseguire con una terapia di mantenimento, in modo da consolidare i suoi anticorpi: una nuova terapia in cui sarà seguita ancora dal dottor Fabbri».

Un intervento storico e assai raro, anche se in passato sempre alle Scotte e fra i primi casi in Italia, il professor Franco Roviello, direttore Dipartimento oncologico, aveva fatto un intervento chirurgico senza trasfusione.

Paola Tomassoni