Siena, 27 giugno 2019 - «Talentuoso pittore a tempo pieno, figlio di Siena, appassionato contradaiolo, già dirigente della sua Contrada. Uno di ‘noi’, insomma». Duccio Benocci traccia un identikit perfetto di Massimo Stecchi. E del suo Drappellone «dove le ombre di un passato secolare, il cavallo retto per le briglie dal barbaresco, rivive uguale e incessantemente si rinnova».

Fil rouge di una seta che da lontano colpisce per quell’effetto trompe l’oeil-lamina d’argento, da vicino è invece dominato dai cavallini. «Sono ventotto ma non c’è nessun riferimento alle Contrade, solo quelli che servivano per comporre l’opera», svela Stecchi dopo l’abbraccio della sua Siena. Anche se, in realtà, il 28 è il numero della Civetta il cui cavallo tocca la Vergine. «Ciascuno ci leggerà i propri segni», aggiunge mentre sui social già lievitano i commenti. A molti piace, ad altri no. Qualcuno lo definisce ‘politico’.

«Grandissima emozione. Però vorrei che il mio Palio venisse visto da vicino, che si guardassero i miei cavalli», sottolinea spiegando «di aver voluto raffigurare la parte superiore eterea, leggera. E giù si cade sulla terra. Nella lotta del quotidiano. Io ci vedo questo passaggio».

Il palloncino cosa rappresenta?

«La leggerezza, la consapevolezza verso il domani. La speranza».

Il primo pensiero quando è stato chiesto a Stecchi di cimentarsi nel Drappellone?

«Ce la farò? Anche perchè non c’era alcun presupposto, è stata una sorpresa».

Il cavallo vittorioso e l’uomo-ombra, come mai tale scelta?

«E’ sì un protagonista, insieme al barbaresco ma anche con il popolo che si abbraccia festante. Non è soltanto il cavallo, nel Palio. Siamo tutti noi».

Non vincono solo l’animale e il fantino ma un’intera comunità.

«Assolutamente sì. Se non ci fosse il popolo non ci sarebbe il barbero ed il fantino, poi, figuriamoci...».

Perché l’utilizzo del celeste intenso?

«Chi ha visto la mia mostra ad ottobre sa che questi sono i fondi. E’ un momento così, azzurro».

A chi dedica Stecchi l’opportunità avuta?

«A tutta Siena».

Ha dovuto snaturare qualcosa della sua pittura?

«No, le stesse figure. I fondi, i colori, sono sempre questi. Mi sembra impossibile».

Chi è che ha subito le angosce legate alla realizzazione dell’opera?

«Il mio cane, soprattutto. Stando vicino a me ha iniziato a rosicchiare le zampe. Si è ripreso adesso E’ lui che ha subito più di tutti».

Com’è stato l’applauso e l’emozione prima che uscisse il Cencio?

«L’attesa è bella, intensa..»

Ancor più di quella della Carriera?

«Sì, perché è personale. Nell’altro caso puoi sempre dividere le responsabilità. Qui non ci sono scuse».

E l’applauso?

«Mi è sembrato che ci sia stato, poi lo riascolterò. L’ho registrato dal televisore».

Il Palio si legge dall’alto verso il basso?

«Le Contrade sicuramente, ma come ho detto ciascuno può dare l’interpretazione che desidera».

E la Selva?

«Corre».

Ma non si vede?

«E’ insieme a tutte le altre. Ho fatto il pittore e non il contradaiolo».