L'ospedale psichiatrico giudiziario dove Marco è rimasto più di due mesi
L'ospedale psichiatrico giudiziario dove Marco è rimasto più di due mesi

Siena, 24 maggio 2019 - Una storia che sembra un film drammatico. Una ‘Shutter Island’ in piccolo, per fortuna con un finale diverso. Protagonista della vicenda, un senese di 57 anni affetto da disabilità psichiatrica che, nel 2012, abitava in una palazzina a Casciano di Murlo. Per una semplice lite condominiale, la sua vita è stata rovinata: processi, gravi problemi di salute e guai finanziari, che sta ancora oggi affrontando. E lui ha raccontato tutto in una lettera a La Nazione, della quale pubblichiamo ampi stralci, tutelando la sua identità dietro il nome, falso, di Marco.

«Sopra di me abitava una giovane coppia. Mi accorsi a un certo punto nel vivere quotidiano che il mio giardinetto era pieno di spazzaturadi ogni genere. Feci qualche domanda al capo condominio che mi disse: ‘Sporca e non vuole pulire, glielo abbiamo detto in tutte le maniere ma non c’è niente da fare’. Io allora glielo dissi di persona. all’inizio negò, poi blandamenta ammise e scese a ripulire. Questo per due volte. Dopo una settimana eravamo punto e a capo. Allora io presi altra spazzatura che avevo in casa e gliela gettai in terrazza. L’avessi mai fatto. Questo signore scese e iniziò a colpirmi con calci e pugni. Arrivavavano da tutte le parti. Sperando che smettesse pensai di entrare dentro al mio giardinetto. Lui mi seguì. Continuava a insultarmi e a minacciarmi. Allora io istintivamente entrai in casa e presi un coltello da cucina per difendermi. Mi tirò un ennesimo gancio al volto. Io per pararlo alzai il coltello in posizione verticale e questo signore si tagliò fra l’indice e il pollice. Allora iniziò a urlare dicendo che io lo avevo aspettato sotto casa per accoltellarlo volontariamente. Io fui arrestato, nessuno credette alla mia versione dei fatti e fui portato davanti al giudice».

A questo punto Marco racconta del suo problema alla prostata, per il quale doveva portare un catetere fisso che gli procurava non poche sofferenze. Poi continua: «(Il giudice)Scrisse che ero una specie di pazzo che accoltellava la gente e quindi molto pericoloso. Comunque la destinazione fu chiara: manicomio criminale di Montelupo Fiorentino. Un nome che solo a sentirlo faceva drizzare i capelli. Un lager. In piena regola. Io lì dentro ho visto cose che mi hanno fatto vergognare di appartenere alla razza degli esseri umani». Lo paragona a un lager nazista, nel quale fare i conti anche con i propri problemi di salute. «Venti giorni di sofferenze inumane. Impazzivo dal dolore. La notte la cella si riempiva di scarafaggi. Uscivano dallo scarico della doccia. Si arrampicavano dappertutto, sui muri, sulle brande, sulle persone che dormivano».

Marco racconta di averli trovati immersi persino nel sacchetto attaccato al catetere. Dopo venti giorni gli venne tolto, tanto che nei successivi due mesi la sua salute peggiorò. «Un giorno mi chiamò un medico del lager che si era accorto che io stavo troppo male per rimanere lì. Mi disse: ‘Domani vai al Don Bosco , il carcere di Pisa, io non voglio responsabilità’. Come per dire te ne vai a crepare in galera, così le colpe se le prendono a Pisa. Restai al Don Bosco per circa 3 mesi, ero arrivato al limite: non avevo più la forza di alzarmi dalla branda. L’avvocato Marzucchi mi salvò. Accettai il patteggiamento per salvarmi la vita, quindi fui costretto a dichiararmi colpevole».

Il giudice dispose che pagasse un’ammenda, e fu anche costretto a trasferirsi perchè «la gente di Casciano non mi rivoleva in paese». Per una lite di condominio, quindi, Marco ha dovuto pagare quasi 100mila euro. «Questa vicenda poteva essere risolta con un minimo di buon senso da parte dei giudici. Si è trasformata invece in una sorta di vendetta personale. Pura e semplice cattiveria nei confronti di un disabile». Infine un’annotazione: «Ringrazierei il dottor Marco Bonifazi, amici tramite il nuoto anni ’70 a Siena. Quando ero nel lager di Montelupo andò da mio fratello e gli disse che voleva fare il possibile per tirarmi fuori di lì. Considero questo un gesto d’onore. Non tutti, anzi nessuno, si sarebbe ‘sporcato le mani’ per aiutare un vecchio amico che stava morendo in un orribile penitenziario».