Mirella Rubbioli, madre di Alessandra Vanni
Mirella Rubbioli, madre di Alessandra Vanni

Siena, 7 novembre 2020 - «Stavo proprio leggendo La Nazione. Ho visto che avete scritto anche oggi sulla mia Alessandra: ma ci sono novità?» Lo chiede con un filo di voce. Non è colpa della mascherina, quanto del timore di ricevere un’altra delusione. Ce ne sono state troppe negli ultimi 23 anni, tanto è passato da quella mattina quando giunse la telefonata della questura. Era stata ritrovata, la giovane tassista Alessandra Vanni. L’avevano uccisa. Strangolata. Da troppo mamma Mirella e babbo Luciano attendono di conoscere la verità sul delitto che ha spezzato la vita della donna «a cui non piaceva molto studiare ma era una grande lavoratrice», racconta la signora Mirella. Che era sposata ma poi il legame si spezzò e nella sua vita si era affacciata un’altra persona. Non è semplice riavvolgere il nastro dei ricordi. Ma lentamente, seppure parlando a distanza di sicurezza come impone l’emergenza sanitaria, tutto riaffiora. «Fui io a fare il riconoscimento e a dare la notizia a mio marito», racconta. «Suo zio, era lui il proprietario del taxi, rientrò subito dall’estero».

E ancora: «La domenica fecero il funerale, non ho mai capito perché così presto», s’interroga pensando a quanto fu breve quell’addio prima dell’ultimo viaggio. Alessandra riposa al cimitero della Misericordia. «Ma sono senesi gli indagati?», entra nella conversazione babbo Luciano. Riporta bruscamente al presente. All’inchiesta che potrebbe riaccendere la luce sul giallo irrisolto di Siena. «E’ dura per lui accettare questa cosa. Lo è per tutti», aggiunge la signora Mirella.
La procura ha aperto un nuovo fascicolo per svolgere accertamenti almeno su due persone. Cosa direbbe dopo 23 anni agli investigatori?
«Di non demordere. Di continuare. La speranza è l’ultima a spengersi ma è passato così tanto tempo. E durante gli anni periodicamente sono venute fuori notizie. Guardi, ricordo che ci ho fatto il viottolo per andare in questura. Parlavo... non mi ricordo come si chiama... sì, Di Domenico (allora capo della Mobile, ndr). Mi portò anche lassù, a Castellina in Chianti. Qualche anno fa venni convinta a fare un appello a ‘Chi l’ha visto?’ ma anche quello non è servito. Certo, sarebbe una bella cosa trovare chi è stato. Lo sarebbe per le forze dell’ordine ma soprattutto per Alessandra». 
Un’idea di chi possa essere stato?
«(Abbassa lo sguardo, si stringe nelle spalle, ndr). Non so. Troppe volte ho sperato che fosse il momento buono. Rileggevo l’articolo, è vero che non fu trovato il borsello. E anche che si era rotto il cellulare, una serie di circostanze che hanno reso le cose difficili». 
Che donna era Alessandra?
«Di carattere. Le piacevano tanto i gatti. Anche nell’inchiesta era venuta fuori la storia della consegna dei mici... ora ricordo. Amava anche lavorare all’uncinetto. Una ragazza normale, che prima aveva lavorato in fabbrica e poi era arrivata al centralino del taxi».
Ogni tanto si affaccia alla porta babbo Luciano. Di questa vicenda non parla ma soffre in silenzio. «E’ un vuoto enorme che non si riempie mai», spiega Mirella Rubbioli diventando la sua voce. «Abbiamo un avvocato, dirò a mia figlia, la sorella di Alessandra, di interessarsi. Di sentire che succede», conclude prima di rientrare in casa.