di Pino Di Blasio I primi a lanciare la proposta di mettere un freno ai canoni d’affitto per gli spazi commerciali arrivati a livelli assurdi, furono quelli dell’Associazione Pietraserena. "Era il 17 aprile del 2020 - ricorda Romolo Semplici - eravamo in lockdown e suonammo l’allarme sul caro affitti commerciali e sull’impotenza delle associazioni di categoria. Già allora evidenziammo come alcuni proprietari avevano scelto di sospendere o di ridurre sensibilmente i canoni. Ma la disparità di trattamento aveva il rischio di generare ’concorrenze sleali’ rispetto a chi pagava affitti a proprietari meno sensibili. Per questo - aggiunge Semplici - Pietraserena propose una serie di misure, dal blocco degli sfratti allo stop per le licenze commerciali. Presentammo le nostre idee anche ai parlamentari del territorio. L’effetto delle proposte? Solo parole e...

di Pino Di Blasio

I primi a lanciare la proposta di mettere un freno ai canoni d’affitto per gli spazi commerciali arrivati a livelli assurdi, furono quelli dell’Associazione Pietraserena. "Era il 17 aprile del 2020 - ricorda Romolo Semplici - eravamo in lockdown e suonammo l’allarme sul caro affitti commerciali e sull’impotenza delle associazioni di categoria. Già allora evidenziammo come alcuni proprietari avevano scelto di sospendere o di ridurre sensibilmente i canoni. Ma la disparità di trattamento aveva il rischio di generare ’concorrenze sleali’ rispetto a chi pagava affitti a proprietari meno sensibili. Per questo - aggiunge Semplici - Pietraserena propose una serie di misure, dal blocco degli sfratti allo stop per le licenze commerciali. Presentammo le nostre idee anche ai parlamentari del territorio. L’effetto delle proposte? Solo parole e promesse".

Rileggere quella nota a distanza di quasi un anno dà il sapore di una profezia che si autoavvera. Le differenze tra proprietari di spazi commerciali, nel cuore della città in particolar modo, sensibili al problema e gli altri che invece non hanno ridotto di un centesimo le loro pretese, si sono allargate. Le conseguenze sono visibili a occhio nudo: nel percorrere la Y del centro storico di Siena, ci si imbatte nei locali lasciati vuoti da Timberland, Swatch, marchi di camicie e di calzature. E tra qualche settimana chiuderanno anche librerie, come la Feltrinelli International, e profumerie, come Douglas. "Le famiglie storiche di Siena, come Mazzuoli, Nannini, Versace o Stasi - dichiara Anita Francesconi, segretaria comunale di Forza Italia ma soprattutto commerciante da sempre - hanno tagliato sensibilmente i canoni d’affitto, anche del 40 e 50%. Molti altri, però, non hanno fatto sconti, nonostante le chiusure per i lockdown e i drastici cali delle vendite. Se Swatch ha lasciato Siena è perché non voleva più pagare canoni salati di fronte a ricavi ridotti. Anche per i tanti spazi rimasti vuoti, si continuano a chiedere cifre esose. Nelle altre città non sono così alte".

Volete qualche esempio in soldoni? Per gli spazi che la Feltrinelli si prepara a lasciare, la richiesta è 13mila euro al mese, per l’ex negozio di scarpe l’affitto è 9mila euro, per un altro spazio vuoto si arriva a 11mila euro.

Cifre che confermano l’etichetta niente affatto lusinghiera affibbiata a Siena nei decenni d’oro: la città capitale della rendita. Il Comune e la Fondazione Mps hanno tagliato nei mesi scorsi del 20% e del 50% i canoni d’affitto dei locali commerciali di loro proprietà. Ma le associazioni di categoria del commercio chiedono interventi governativi. "Da un anno chiediamo interventi di sostanza - spiega Daniele Pracchia, direttore di Confcommercio - che non possono essere tagli dell’Imu, un vantaggio solo per i proprietari. Dal 1978, dalla legge sull’equo canone, non c’è nessuna regola per le locazioni commerciali, sono lasciate alla libera contrattazione. Cosa che ha generato a Siena, a Firenze e anche a San Gimignano valori di mercatogonfiati a dismisura. Con l’emergenza sanitaria i nodi stanno venendo al pettine. Ci sono degli associati che in questi mesi hanno accumulato debiti per 50mila euro sugli affitti. Da parte del Governo non è stato fatto nulla per incentivare o costringere i proprietari ad abbassare i canoni. Servirebbe un provvedimento straordinario, per evitare la fuga da Siena e da altre città di catene nazionali e internazionali. Che chiudono negozi - conclude Pracchia - lì dove i fatturati crollano e i costi fissi restano gli stessi".

Le conseguenze sono una pletora di locali sfitti e tanti dipendenti senza lavoro. Servirebbe un tavolo per aprire una trattativa tra proprietari e commercianti. E l’assessore al commercio Alberto Tirelli è disposto a far giocare al Comune il ruolo del ’tessitore’. "In un momento come questo - afferma Tirelli - bisognerebbe fare ogni sforzo per garantire in città la permanenza di imprese commerciali solvibili. Il sacrificio di un taglio ai canoni è sicuramente inferiore al costo di trovare nuovi inquilini. Il Comune ha dato un buon esempio, tagliando del 20% i canoni per una decina di locali. Con l’assessore al bilancio Fazzi stiamo ragionando su altre misure per aiutare i commercianti in difficoltà. E come giunta vorremmo mettere a sedere tutte le parti attorno a un tavolo per trovare un punto di equilibrio".