Firenze, 22 novembre 2020 - Lo tsunami Covid-19 ha spazzato via certezze e sicurezze. Il Sistema sanitario nazionale ha barcollato, non è crollato, poco ci è mancato. È finito sul baratro. Prima da marzo, poi a fine ottobre-novembre. È un alibi continuare a dire che quello che è successo nel 2020 avrebbe messo, sempre e comunque, in ginocchio il nostro modello di cura anche se fosse stato il più efficiente possibile. I segnali di un potenziale disastro c’erano già. Non sono stati intercettati, le crepe si sono allargate, le fondamenta sono state minate.

Ci accorgiamo ora, con la pandemia sotto casa, che la copertura assistenziale sul territorio è fondamentale. Sì, proprio essenziale. Ma dov’eravate politici e amministratori finora? I servizi di prossimità sanitaria sono stati abbandonati. Non ve ne siete accorti? Non ci crediamo. Vi ricordate, anche prima del Covid-19, che spesso durante le ondate influenzali abbiamo raccontato di pronto soccorso sotto pressione? O abbiamo dato voce a chi, dimesso in fretta e furia da un reparto ospedaliero e tornato a casa, aveva bisogno di cure continue e non sapeva come fare? O ancora abbiamo puntato il dito sul ruolo deformato del medico di famiglia costretto spesso a una produzione infinita di ricette senza più avere il tempo per dare ascolto al suo sentire clinico? E ancora perché tra prestazioni intramoenia e “pubbliche“ si è formato un abisso? Semplici esempi per dimostrare che il nostro sistema era ed è in crisi; la pandemia lo ha fatto esplodere.

Sì, anche nella Toscana felix che per anni ha gonfiato il petto beandosi di un sistema che curava tutti e che sembrava all’apice dell’efficienza. Così è avvenuto, con dinamiche diverse, anche in Umbria e in Liguria. È necessario pensare adesso a cosa fare, non domani. Bisogna ripartire dal territorio smettendo di tagliare sulla pelle della sanità, mettendo mano a progetti efficaci. E bisogna puntare sul merito e buttare fuori la politica dalle poltrone che contano.