Prato, 28 luglio 2018 - «In dieci anni ho dato settemila euro a quella famiglia». Le dichiarazioni al giudice Francesco Pallini di don Paolo Glaentzer, il prete di Calenzano agli arresti domiciliari con l’accusa di violenza sessuale su una bambina di dieci anni, aprono ulteriori scenari, nell’inchiesta condotta dalla procura di Prato. Il pubblico ministero Laura Canovai, e il procuratore capo, Giuseppe Nicolosi, non vogliono escludere nulla. Innanzitutto sulla «generosità» di Glaentzer, da ieri detenuto nella sua casa di Bagni di Lucca dopo che il tribunale ha giudicato «troppo afflittiva» la misura del carcere richiesta dalla procura.

Il prete, sospeso dall’arcidiocesi di Firenze, ha ammesso di aver avuto precedenti approcci con la bambina, «almeno tre». E ora i magistrati vogliono capire se nella sua vita mai troppo esposta, lontana dai clamori e senza nessun tipo di «chiacchiera» sul suo conto, ci possano essere state altre vittime. Precedenti e famiglia Ma l’indagine vuole anche escludere che la bambina possa aver subito altri abusi da altre persone.

Nella sua famiglia, che non ha sporto denuncia contro il prete - ma con l’arresto in flagranza per reato su minore, la magistratura procede d’ufficio -, nota ai servizi sociali e al tribunale dei minori, c’è stato un precedente quantomeno sinistro: il fratello maggiore della bimba era stato oggetto, anni addietro, di attenzioni sessuali da parte di un adulto di 50 anni.

Vennero sorpresi in un giardino pubblico di Prato in atteggiamenti inequivocabili, l’inchiesta non è però andata avanti perché l’uomo è incapace d’intendere. Ma tutto questo inquieta, alla luce anche degli «aiuti» che don Glaentzer ha riferito di aver elargito alla famiglia e la libertà con cui il prete, alle dieci di sera, ha potuto appartarsi con una bambina di appena dieci anni.

La ricostruzione dell’arresto Sono stati due vicini di casa della bambina, padre e figlio, a insospettirsi: hanno notato prima la bambina e il fratello maggiore incamminarsi assieme al parroco in direzione della macchina; poi hanno visto tornare il ragazzino, 14 anni, da solo.

Il vicino Giulio B. si è avvicinato così alla macchina e ha aperto repentinamente lo sportello. La bimba aveva la maglietta sollevata e i pantaloni calati. Il sacerdote era vicino a lei. Dopo l’intervento del vicino, la bambina è corsa via, l’uomo ha bloccato il prete in attesa dell’arrivo, tempestivo, dei carabinieri di Calenzano.

«Non sapevo fosse così piccola». Rispondendo al gip Pallini, don Glaentzer ha detto anche che non pensava che la bambina fosse così piccola.

«Ignoravo la sua età... pensavo che avesse qualche anno in più, tipo 14-15». Su questo punto, il giudice non ha potuto fare a meno di rilevare il contrasto tra la dichiarazione sul sostegno economico ai genitori, iniziato, secondo Glaentzer, dieci anni fa appunto. Il sacerdote, rileva il giudice, «frequentava assiduamente la famiglia da moltissimi anni, famiglia gravata da problematiche sociali ed economiche, essendo i bambini anche stati affidati ai servizi sociali».

Quando il religioso afferma di non sapere l’età della bambina, per il giudice non dice dunque la verità: impossibile che, a fronte di quella conoscenza così datata, non potesse conoscere quando fosse nata. Il pentimento «Dal momento dell’arresto ad oggi ho pensato a quanto accaduto e mi rendo conto di aver sbagliato». Queste le parole al giudice dell’indagato.

Un atteggiamento che ha contribuito ad orientare il gip verso la più lieve misura degli arresti domiciliari, nonostante la procura avesse chiesto la custodia in carcere. Domiciliari «favoriti» anche dalla residenza di don Glaentzer, che lascia dunque Sommaia e va a Bagni di Lucca, lontano dalla vittima e pure dal clima arroventato che si è creato a Calenzano.

Il giudice ha messo nero su bianco nell’ordinanza anche il divieto di aver contatti con soggetti di minore età.

«Lo avrebbe fatto ancora». Anche se ha adoperato una mano più leggera rispetto alle richieste della procura, il tribunale giudica grave il fatto che la bimba avesse soltanto dieci anni, lo status di sacerdote e la familiarità e frequentazione con i genitori della minore. Tuttavia, il giudice ha «bocciato» la richiesta del carcere proprio perché, ’confessando’ precedenti episodi, il prete ha fatto modo che gli venissero mosse ulteriori contestazioni.

Non c’è pericolo di inquinamento della prova, ma di reiterazione sì: «l’indagato, pur incensurato, presenta un divario di età di ben sessanta anni rispetto alla giovanissima età della bambina, avendo quindi verosimilmente sfruttato a fini illeciti anche della propria qualifica personale di sacerdote e della radicata familiarità con la famiglia stessa della vittima.

La pluralità nel tempo degli agiti criminali in oggetto rende contezza della non occasionalità ed episodicità dei fatti e del marcato radicamento di una siffatta modalità di condotta in capo all’arrestato. Appare verosimile che in mancanza del provvidenziale intervento dei vicini di casa le condotte in oggetto avrebbero potuto ripetersi e proseguire ulteriormente con ancora più marcato ed accresciuto danno per la bambina».