Prato, 13 giugno 2018 - Un tricolore appeso in una terrazza-fortino quasi a sbandierare l’ultimo avamposto italiano di una strada di Prato, via Rossini – un tempo perfino elegante – diventata negli anni l’ennesimo ‘non-luogo’ di laboratori cinesi assordanti e di traffici oscuri, Piera Papi, pratese doc, sventola il suo bianco, rosso e verde, quasi a cercare di difendersi, con le lacrime agli occhi, da un’«invasione» alienante che ha rosicchiato, a colpi di telaio e case-laboratorio, questo spicchio della sua città che ormai non riconosce più. «Abito qui da una vita – racconta – e vedere tutto questo degrado in un posto che fino a qualche decennio fa era il fiore all’occhiello della città mi fa male. Siamo abbandonati a noi stessi...».

Perché, racconta Piera, l’ultima pratese di via Rossini, oltre ai marciapiedi sporchi, ai rifiuti e agli odori forti che arrivano dalla strada «si sentono i tremendi rumori di macchinari e telai praticamente ad ogni ora del giorno e della notte e la situazione è diventata insostenibile».

Un formicaio automatico che non conosce sosta, una catena di montaggio umana, con meccanismi oliati alla perfezione, che scarica, cuce e confeziona «h24», come se il sudore della fronte e le mani che fanno male non fossero altro che dettagli di cui la «macchina» non ha ragione di curarsi. E la macchina del Dragone cinese si sa, a Prato, non si spenge mai. Così qui, nel cuore pulsante di quella Chinatown scavata tra palazzoni, capanni e vecchie case, tempo e silenzio sono optional di cui chi lavora stipato in queste fabbriche-laboratorio fa giocoforza a meno. Per Piera, però il silenzio e il rispetto, così come la sua bandiera appesa in terrazza, hanno ancora un valore. «Per questo chiedo che le cose cambino».