La polizia municipale mette i sigilli
La polizia municipale mette i sigilli

Prato, 16 maggio 2019 - Resta tutto congelato, come da due anni a questa parte. E dunque si allontana ulteriormente la possibilità delle famiglie di origine rom, Ahmetovic e Halilovic, di rimettere le mani su quel tesoro sequestrato due anni fa dalla procura di Prato nell’ambito delle misure di prevenzione destinate alla confisca. I giudici di Appello hanno accolto in pieno l’impugnazione presentata dal pm Lorenzo Gestri contro il provvedimento del tribunale di Prato che, presieduto da Francesco Gratteri, aveva disposto nel dicembre scorso la restituzione dei beni ai proprietari.

Il motivo: i reati commessi dai componenti delle due famiglie non erano stati «continuativi nel tempo» e che, quindi, non si poteva stabilire una correlazione certa fra l’acquisto dei beni e i delitti commessi. l’appello, però, non è stato dello stesso avviso e ha cancellato il provvedimento sposando la tesi della procura guidata da giuseppe nicolosi. le indagini del nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza avevano messo in evidenza la sproporzione fra i beni intestati a diversi componenti delle due famiglie rom e i redditi dichiarati. non solo. le lunghe pagine di precedenti penali dei «proposti» - fra cui la ‘matrona’ degli ahmetovic, djula, e il figlio alessandro - facevano supporre che quel tesoretto fosse senza ombra di dubbio di «provenienza illecita».

Si parla di due milioni e mezzo di euro divisi fra case, libretti di risparmio, denaro contante, buoni postali, terreni e polizze vita accumulati inspiegabilmente, senza redditi dichiarati, dai componenti delle due famiglie. nelle 34 pagine di motivazioni del decreto di confisca, i giudici di appello hanno specificato che non può esistere la categoria di «soggetto pericoloso a intermittenza» e hanno definito la lettura data dal tribunale di prato – riprendendo le parole del pubblico ministero – «oltre che illogica, contraria al buon senso» e priva di «qualsiasi aggancio alla legislazione vigente». per l’appello, «la correlazione tra pericolosità sociale e l’accumulo illecito di ricchezze deve necessariamente poggiare su una visione più ampia che tenga conto sia del parametro soggettivo di pericolosità quando di quello obiettivo di un accumulo ingiustificato di ricchezza a fronte dell’inesistenza di redditi dichiarati». dunque, per l’appello anche se non c’è continuità nei reati commessi non è possibile rintracciare la fonte di quelle ricchezze che si presume sia «illecita» vista la pericolosità sociale dei soggetti interessati. la confisca di prevenzione – concludono i giudici – «non presuppone la commissione continuativa dei reati», quanto «una condizione esistenziale, una condotta di vita reputata estranea ai canoni legali della civile convivenza».

«L’esito era ampiamente previsto – commenta uno degli avvocati, Antonio Bertei – quando la Corte ha deciso di sospendere l’esecutività del provvedimento di restituzione dei beni. Leggiamo le motivazioni e certamente faremo ricorso in Cassazione».

Laura Natoli