Prato, 1 dicembre 2015 - Sono passati due anni dall'incendio della ditta "Teresa Moda" al Macrolotto. Era il primo dicembre 2013 quando  si scatenò l'inferno nel cuore del lotto 82 di via Toscana, una delle strade (tutte uguali) dove si confondono tra loro centinaia di aziende ciensi e qualche superstite italiano. Strade vuote e silenziose, fino all'alba. Del resto era una domenica mattina, freddissima e spazzata da una gelida tramontana. Alle 7, però, minuto più o meno, le sirene cominciarono a squarciare il silenzio della zona industriale pratese.

Difficile non capire che c'era un incendio: nonostante le raffiche di vento forte, la colonna di fumo era altissima e si vedeva a chilometri di distanza. Fummo proprio noi della Nazione i primi cronisti ad arrivare sul posto: la foto qua sotto fu scattata alle 7 e qualche minuto, poco dopo l'arrivo di vigili del fuoco, 118 e forze dell'ordine.

La prima foto in assoluto scattata all'incendio del Macrolotto il 1° dicembre 2013

E che la situazione fosse grave lo si capiva dalle testimonianze dei soccorritori e dei passanti. Un verbo solo, semplice, ma che rendeva, in tutta la sua atroce crudezza, la dimensione di quella che sarebbe stata la peggior tragedia sul lavoro della Prato industriale e artigiana: "Urlavano". Un plurale che nascondeva un mondo, un mondo che qualunque pratese avrebbe intuito subito: voleva dire che in quella ditta qualcuno dormiva e non c'era nulla di strano, essendo a Prato. Voleva dire che c'erano dei cinesi, là dentro. Voleva dire che c'erano molti cinesi. Un filo di speranza quando qualcuno raccontò di aver visto scappare tantiorientali. Forse si erano messi quasi tutti in salvo. Poi però, una volta contenute le alte fiamme che nel frattempo avevano sfondato il tetto e messo a repentaglio anche le aziende vicine, i soccorritori cominciarono ad accumulare cadaveri sul piazzale. 

Il primo, carbonizzato, un corpo distrutto dal calore, talmente scuro che uno degli addetti ai lavori parlò di un "nordafricano". Non era scuro di pelle: era incenerito. Poi altri due corpi, poi un altro ancora, fino al settimo. 

Si sarebbe poi saputo che nella teresa Moda, intestata a una prestanome cinese che risultava residente a Roma e che pare esercitasse il mestiere più antico del mondo, non c'era nulla, nulla di nulla che fosse a norma. Nelle carte processuali sarebero emersi i particolari. cartongessi abusivi, promiscuità fra abitazione e lavoro del tutto vietata, norme antincendio ignorate completamente (non solo da chi ci guadagnava, sulla pelle di quei disgraziati, anche da chi ci viveva, anche da chi ci ha lasciato la vita). 

LE FOTO DELLE VITTIME

Sarebbero seguiti mesi di polemiche, una lunga attesa per i funerali poi celebrati con solennità. Tanto cordoglio, ma anche tanta ipocrisia perché che la situazione degli stanzoni cinesi fosse una bomba a orologeria lo si sapeva benissimo. Non si trattava di se, ma di quando sarebbe successa una tragedia del genere. A processo sono finiti i titolari dell'azienda ma anche i proprietari del capannone. Poi la gestione dei controlli, fino a quel momento gestita dal Comune (e spesso criticati da tante anime belle), fu avocata dalla regione con tanto di strombazzanti annunci di task force, ispettori e via dicendo. 

 

La realtà è che nulla è cambiato. Numeri su comunicati stampa: tanti controlli in più, tante denunce in più, tanti sequestri in più. Ma basta prendere la macchina e girare per Chinatown, il Macrolotto, ovunque ci siano aziende cinesi per capire che tutto è come prima, che si lavora ancora a ciclo continuo, che le norme non vengono rispettate ora come non venivano rispettate prima.

Della strage del Macrolotto ha parlato anche Papa Francesco durante la sua recente visita a Prato: "Una tragedia dello sfruttamento e delle condizioni disumane di vita, questo non è lavoro degno". Queste le parole che il Pontefice ha pronunciato dal Pulpito di Donatello. A due anni di distanza ci sarà un modesto ricordo del fatto (se i sette morti fossero stati italiani probabilmente ci sarebbe stata una cerimonia solenne). Alle 16 in Comune si parlerà del piano regionale per il lavoro sicuro. Per dire che le cose sono cambiate. Ma sono cambiate?