Il procuratore Nicolosi ha seguito il caso con i pm Gestri e Boscagli
Il procuratore Nicolosi ha seguito il caso con i pm Gestri e Boscagli

Prato, 10 maggio 2019 - "L'assoluta assenza di autocritica sul proprio comportamento e sulle conseguenze che questo ha provocato". E poi: la spregiudicatezza, la totale "incapacità di autocontrollo e una incredibile predisposizione a mistificare la realtà nelle situazioni interpersonali". Sono parole dure quelle usate dai giudici del tribunale del Riesame per delineare il carattere della operatrice socio sanitaria di 31 anni che ha avuto un figlio dal ragazzino a cui dava ripetizioni di inglese, come confermato dal test del Dna. Il collegio dei giudici (Elisabetta Improta, M. Elisabetta Pioli e Monica Tarchi) ha depositato mercoledì le motivazioni che hanno portato a respingere il ricorso dei legali della donna, Mattia Alfano e Massimo Nistri, che avevano chiesto l’attenuazione della misura cautelare nei confronti della loro assistita, finita ai domiciliari il 27 marzo. "L’assenza di qualsivoglia rivalutazione critica del proprio operato e la mancanza della consapevolezza della sofferenza e dei danni che ha provocato al ragazzo e alla sua famiglia», proseguono i giudici del Riesame, sono elementi che «sotto il profilo della pericolosità sociale, forniscono un ulteriore elemento di prognosi negativa".

Una bocciatura su tutta la linea che impedisce, per il Riesame, di concedere il solo divieto di avvicinamento alla parte offesa. Il giudici, nelle dodici pagine di motivazioni, accolgono in toto la ricostruzione fornita dal gip Francesca Scarlatti che ha disposto gli arresti domiciliari per la donna accusata di atti sessuali con minori sotto i 14 anni e violenza sessuale per induzione. Dodici pagine fitte di argomentazioni nelle quali il comportamento tenuto dalla donna è tratteggiato come «manipolatore e teso a strumentalizzare l’inferiorità fisica e psichica del ragazzo» al solo scopo di "soddisfare il desiderio totalizzante di proseguire la relazione".

Nessun dubbio per il Riesame, come per il gip, che la relazione sia cominciata nella primavera del 2017 quando lo studente a cui dava ripetizioni di inglese aveva 13 anni. Tutto questo emerge chiaramente dai messaggi, cuoricini, emoticon e riferimenti palesi a una relazione sessuale che il consulente tecnico rintraccia nelle chat intercorse fra i due nell’ottobre 2017. Circostanza che la donna ha sempre negato (due volte di fronte ai pm Gestri e Boscagli e durante l’incidente probatorio) sostenendo che il primo rapporto sessuale è avvenuto nel giorno del compleanno dello studente (che compiva 14 anni) perché lei sapeva che prima di quell’età avrebbe commesso un reato.

La versione è stata smentita dal ragazzo nel successivo incidente probatorio. Sono menzogne, secondo i giudici, che "non consentono di fare affidamento sul rispetto da parte dell’indagata di misure non detentive", in quanto il solo divieto di avvicinamento alla parte offesa invocato dai difensori "non tutelerebbe futuri testimoni".

Non c’è consapevolezza nella donna di quello che ha fatto in quanto definisce "la dolorosa vicenda, ‘sbagliata e fuori luogo’". Quindi pericolo di reiterazione del reato e inquinamento delle prove per i giudici sussistono tanto da non poter concedere l’attenuazione della misura a causa del carattere "manipolatore" dell’indagata. Una donna che "non disdegna ogni mezzo per tenere legato a sé il ragazzo giungendo a programmare una gravidanza non essendo i rapporti protetti".

E poi la propensione dell’indagata per quei ragazzi tanto più giovani ("di primo pelo", aveva detto) confessata a una collega a cui aveva raccontato della relazione col tredicenne. Il «pericolo» per future vittime di analoga età si evincerebbe per i giudici dall’esame dei profili Facebook. "Anche se l’indagata ha bloccato il profilo social il 9 marzo è stato possibile visionare i contenuti delle bacheche aperte da altri utenti appurando contatti con soggetti minorenni".