San Miniato. 6 settembre 2018 .- La Fondazione Federico Zini, intitolata al giovane che il 25 maggio scorso ha ucciso l’ex fidanzata Elisa Amato e poi si è suicidato nel Pisano, non nasce per contrastare la violenza contro le donne ma per sostenere progetti a scopo benefico a favore di «associazioni e fondazioni dedicate all’aiuto dei minori colpiti da gravi patologie cliniche e con obiettivi di sensibilizzazione e prevenzione di fenomeni legati a emarginazione sociale, cyberbullismo, adescamento sul web». Lo afferma il padre di Zini, Maurizio, in una lunga nota. L’intitolazione di una fondazione al figlio ha suscitato aspre polemiche. Nei giorni scorsi contro si era espresso anche il Consiglio comunale di Prato, dove viveva la giovane uccisa dal fidanzato. «La Fondazione - scrive il padre - è l’impegno della nostra famiglia, insieme agli amici e a tanti uomini e donne di buona volontà, a portare avanti le attività sociali e benefiche che Federico, insieme al fratello, fin dal 2016, è riuscito a realizzare attraverso il progetto ‘Un Pallone per un Sorrisò, che registra sul web complessivamente circa 22.700 followers, nato dall’idea di raccogliere fondi tramite la vendita, realizzata per mezzo di aste online, delle maglie indossate e firmate da giocatori di serie A, B, C e campionati esteri».

Così dopo settimane di silenzio, con le indagini ancora non concluse (coordinate dal pm Flavia Alemi che attende il deposito della consulenze), Maurizio Zini, poi,  puntualizza altri aspetti della tragedia che ha segnato due famiglie e due comunità. «Non corrisponde al vero l’affermazione del legale della famiglia Amato quando scrive che la famiglia di Elisa, non ha mai puntato il dito pubblicamente nei confronti di Federico – spiega Zini – ; nonostante il profondo dolore condiviso con la famiglia, siamo rimasti in silenzio nell’ascolto di varie interviste che, definendo Federico come uno stalker o una persona disturbata, hanno raccontato una storia tra i due ragazzi diversa da quella che conoscevamo noi».

E il genitore ne ricorda, appunto,  un altro copione. «I ragazzi per quello di cui siamo a conoscenza, così come abbiamo riferito all’autorità giudiziaria – scrive Zini – , si sono frequentati sino al mese di maggio 2018, non si erano lasciati da un anno. Viaggi, cene e progetti facevano parte della loro vita, come di quella di tanti altri ragazzi della loro età e di tanti amici che li frequentavano. Siamo stati accusati di non esserci resi conto di avvisaglie conclamate che avrebbero permesso di evitare tutto questo». Zini punta dritto anche a chi, sui social, avrebbe scritto cose false «secondo cui la vittima “aveva chiamato tante volte la madre di lui, lei aveva minimizzato” paventando così una qualche responsabilità in capo alla nostra famiglia ed allo stesso tempo esponendola a forti e duri attacchi totalmente arbitrari».