Pontedera, 27 ottobre 2010 - La villa, l’alloggio e le polemiche. I cinque protagonisti della vicenda della quindicenne kosovara sequestrata e segregata per cento giorni ovvero fino a quando non è stata liberata dalla polizia, risiedevano in abitazioni in buona parte pagate dai cittadini. La cinquantatreenne Nebahat Hamiti, nonna dello sposo, ora in manette, infatti alloggiava - con altri numerosi suoi connazionali - in un grande e moderno edificio nella campagna pontederese. Una villa diventata una vera pietra dello scandalo, anche perché lì vivevano alcuni dei protagonisti della guerriglia che vide fronteggiarsi clan rivali nel gennaio 2008, quando in un alloggio sul viale D’Annunzio concesso dal Comune nell’ambito di 'Città Sottili' fu ritrovato un arsenale di bastoni, spranghe, pistole, molotov, asce e coltelli.

 

Un blitz della polizia portò all’arresto di 30 fra macedoni e kosovari. La casa di Pontedera, ribattezzata la 'villa dei rom', è una casa colonica ristrutturata e acquistata nel 2006 a Gello - con un contributo di 80mila euro erogato dal Comune di Pisa - per diventare il nuovo alloggio della famiglia Zuka. Si tratta di un gruppo di profughi del Kosovo assistiti dal programma di integrazione ‘‘Città Sottili’’. La casa aveva un valore sul mercato 600mila euro. Per acquistare l’immobile, la famiglia Zuka, evidentemente ricca, aveva venduto tutti i suoi averi lasciati nel Kosovo, nelle terre devastate dalla guerra civile. Ma l’amministrazione di Palazzo Gambacorti, attingendo ai fondi per l’integrazione dei nomadi stanziati dall’Unione Europea e dalla Regione Toscana, aiutò i kosovari regalandogli, appunto, 80.0000 euro.

 

Non solo, al padre dello sposo, il trentatreenne Riza Haliti, e a sua moglie Ibadet Dibrani, (ora entrambi al Don Bosco) il prodigo Comune di Pisa aveva invece assegnato una casa di quelle consegnate ai primi dello scorso settembre nel nuovo villaggio a Coltano. L’uomo era già stato arrestato almeno due volte: una nel 199 per furto a Cascina, l’altra nel 2003 per aver ferito a sassate un poliziotto e un vigile del fuoco intervenuti al campo nomadi. Gli zii dello sposo, infine, Erizon Mahmuti di 38 anni e Vjolca Dibrani (37), invece erano stati esclusi dal progetto «Città Sottili» perché l’uomo era rimasto coinvolto negli scontri del 2008.

 

Ma non tutti accettano la versione della Polizia della ragazzina sequestrata e segregata. Padre Agostino Martir, che vive nel campo nomadi di Coltano, ha reagito così: "Conosco bene quella ragazzina e l’ho sempre vista serena qui al campo. In queste vicende bisogna essere sempre molto cauti e occorrerebbe valutare bene le versioni dei fatti, comprese quelle degli arrestati. Ma spesso, quando ci sono di mezzo i rom, questo non succede. Anzi, si parla subito di riduzione in schiavitù. Lei è sempre stata serena qui al campo e non mi risulta che fosse ‘prigioniera’, poteva muoversi liberamente e per le nozze abbiamo fatto anche una grande festa". Don Rota Martir nega che la ragazzina "abbia mai subito violenze fisiche" come affermano gli investigatori e ipotizza che «possa in qualche modo essere stata indotta a rendere determinate testimonianze proprio dagli inquirenti. Bisogna capire la cultura rom prima di arrivare a conclusioni affrettate".
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