Matteo Renzi
Matteo Renzi

Firenze, 25 luglio 2021 - Se provi a ricordargli i tempi di #Enricostaisereno gli scende nella voce la nota di chi ha voglia di cambiare discorso. È un passato che pesa ancora, anche se in mezzo, tra oggi e quell’indelebile 2013, ci sono ere geologiche di storia politica del nostro Paese. Così stavolta niente tweet, niente provocazioni, niente sgambetti, niente battute: Matteo Renzi, l’eterno rivale, gioca a carte scoperte. «Sarò diretto: siamo di fronte a un bivio, e Letta deve decidere lui adesso da che parte vuole stare, ragionando in prospettiva e non sulla base di calcoli d’opportunità di corto respiro».

Sul piatto, in questo mezzo luglio travolto dall’ansia per la recrudescenza dei contagi e dalle polemiche feroci sul Green Pass, tiene banco una ormai vecchia e ancora tormentata questione politica: quella dell’alleanza tra Pd e 5 Stelle. «O almeno, di ciò che ne è rimasto».

Renzi, che di quell’alleanza è da sempre il più determinato oppositore, torna a puntare il dito contro la strategia del suo ex partito: «Antistorica, miope, populista, dannosa». L’urgenza nel voler riproporre un mantra ormai noto è data dall’avvicinarsi del vero banco di prova, quello delle amministrative di ottobre a cui si associano le suppletive a Siena, che vedono il segretario Letta candidato alla Camera per il suo Partito Democratico. «Il Pd deve capire se vuole stare dalla parte di Draghi o contro Draghi», insiste Renzi.

Crede davvero che il Movimento 5 Stelle potrebbe sfilarsi dal Governo?

«Credo che Conte ci proverà, ma non ci riuscirà perché pochi nel Movimento saranno disposti a seguirlo, a cominciare da Di Maio che non lascia una poltrona nemmeno morto: tre governi diversi, tre volte ministro».

E quindi cosa la preoccupa?

«Mi preoccupa quello che i grillini continuano a fare da settimane, da quando si è formato il governo Draghi, tra bordate e tentativi continui di sabotaggio».

Si riferisce alla questione giustizia?

«Anche. Non più tardi di ieri (venerdì per chi legge, ndr) la ministra Dadone ha minacciato di uscire dalla maggioranza se verrà posta la fiducia sulla riforma Cartabia. Letta vuole essere alleato di chi pensa e dice queste cose?».

Ma qual è l’alternativa per il Pd?

«Allearsi con noi riformisti filo Draghi: siamo pronti a sostenerlo se rinuncerà alla sudditanza nei confronti dei pentastellati, se rinuncerà alla folle idea di trasformare il Pd nella sesta stella di Conte».

Ragioniamo però in prospettiva: i Dem non avranno mai i numeri per governare se rinunciano a un’intesa coi 5 Stelle.

«Ma non ha senso scegliere la visione politica sulla base dei sondaggi. Prima dei sondaggi vengono le idee. Se Conte decide di essere contro la linea di Draghi, non c’è sondaggio che tenga, siamo di fronte a una rottura strutturale. Letta sta aspettando le elezioni a Siena per avere il voto dei 5 Stelle, e vincere in quel collegio. È umano, lo capisco. Voglio ricordargli una cosa però: a Siena abbiamo già vinto contro i 5 Stelle nel momento in cui avevano il 33% (Pier Carlo Padoan strappò il collegio nel 2018, ndr). Perché non dovremmo riuscirci oggi che i grillini sono molto più deboli?».

Sta dando un aut aut a Letta?

«No, gli sto facendo un appello: dicci con chi vai e ti diremo se veniamo anche noi».

Mi pare che Letta non abbia al momento intenzione di cambiare strategia. Lei, Renzi, come si comporterà a quel punto?

«Andremo controcorrente. Non è solo il titolo di un libro ma una precisa scelta di campo. E con noi ci saranno molti amici riformisti. Ma spero ancora che il Pd la smetta con questa sudditanza culturale nei confronti dei 5 Stelle. Inaccettabile. Sul piano nazionale, vedi il tema giustizia, come su quello locale. Pensiamo a cosa sta accadendo a Firenze con l’aeroporto: si sta mettendo in discussione una strategia di anni, il tutto a discapito della città».

Il Pd ha semplicemente aperto alla possibilità di avviare uno sviluppo infrastrutturale anche sull’asse Pisa-Firenze, senza rinunciare all’ampliamento e alla messa in sicurezza dell’aeroporto.

«Metto in ordine gli ultimi dati: Letta ha detto che bisogna abbandonare il progetto dell’ampliamento aeroportuale di Firenze, il Pd pisano plaude e non si rende conto che se salta Firenze salta anche Pisa perché la società oggi è la stessa, il sindaco di Firenze Nardella cambia idea e appoggia la candidatura di un sindaco no aeroporto (Lorenzo Falchi, a Sesto Fiorentino, ndr), a Palazzo Vecchio il Pd fiorentino vota le mozioni su Peretola coi grillini. E qui mi pongo delle domande. Se i Democratici cedono ai grillini su tutta la linea, magari vincono il collegio di Siena, ma tradiscono anche moralmente tutte le nostre battaglie storiche. E fanno un danno all’economia Toscana. Mi rivolgo a Nardella: Dario, non puoi arretrare su questo tema. Il bene di Firenze è più importante del consenso del segretario pro tempore del tuo partito».

Non crede che superare il dualismo Pisa-Firenze possa favorire invece uno sviluppo armonico della regione?

«Il dualismo lo abbiamo superato quando - insieme a Enrico Rossi, persona da me distante anni luce - abbiamo agito in squadra creando le condizioni per un accordo tra Firenze e Pisa per lo sviluppo di entrambi gli aeroporti. Ritornare allo scontro Firenze-Pisa è una follia, una pericolosa resa culturale, la dimostrazione plastica della subalternità ai grillini. Senza considerare i danni pratici a lungo termine. Ma, dico, lo vedete lo sfacelo economico che si sta consumando sotto i nostri occhi?».

Si riferisce ai licenziamenti della Gkn?

«Alla Gkn, alla chiusura della Bekaert, alla crisi di un comparto industriale che ha bisogno di nuova linfa: non credere all’aeroporto di Firenze significa scoraggiare ulteriormente quelle multinazionali che hanno bisogno di infrastrutture efficienti per tornare a investire sul territorio. Già alcune se ne stanno andando in modo vergognoso come vuol fare la Gkn, uno scandalo. Se diamo questi messaggi contro l’aeroporto regaliamo un alibi un più ai prossimi che vorranno chiudere. Questo modo di affrontare la questione della pista è uno schiaffo ai fiorentini ma è soprattutto una ferita all’economia toscana. E lo si fa per strappare un collegio in cui possiamo comunque uscire vittoriosi, anche senza i 5 Stelle?».

Con Letta vi siete sentiti?

«Non di recente ma il rapporto personale è buono. Lui a Siena parla giustamente con Scaramelli (il consigliere regionale di Italia Viva Stefano Scaramelli, ndr), e siamo tutti in linea. Non capisco più i miei amici Dem: ho letto di questo folle accordo con la Lega per aumentare due poltrone in consiglio regionale. Per sistemare due persone si cancellano tutte le battaglie storiche e si fa un regalo all’antipolitica. Noi voteremo contro urlando in aula la nostra rabbia. Comunque tutto ci dice che l’alleanza coi 5 Stelle non potrà durare a lungo».

Eppure al momento non si vedono alternative.

«Ho un’altra lettura».

Quale?
«Dopo la vittoria a Siena il Pd tornerà sui suoi passi. Non può continuare ad appoggiare una forza ostile al governo Draghi. Non può permetterselo. L’alleanza giallorossa aveva senso ai tempi del secondo governo Conte, portava nel Pd il marchio di Zingaretti. Era un’operazione che non ha speranze né prospettive nel Paese di oggi. Con Draghi che sta salvando il Paese bisogna che i Democratici decidano con chi schierarsi. E non potranno schierarsi con chi non vuole Draghi».

Come sono i rapporti fra lei e i colleghi del suo ex partito dopo la caduta del Governo Conte?

«C’è molta ipocrisia, molta differenza tra quello che dicono in pubblico e quello che dicono in privato».

E cosa le dicono in privato?

«La verità. E cioè che mandando a casa Conte e facendo arrivare Draghi ho salvato il nostro Paese. Solo che in pubblico non lo ammette nessuno».