Palazzo Chigi
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Firenze, 17 gennaio 2021 - Questa crisi di governo, comprensibile come la Corazzata Potemkin di fantozziana memoria, ha per il momento un’unica certezza: Renzi, con la sua conferenza stampa dimissionaria alle 18 e un quarto di un tranquillo giovedì pandemico (i soliti 500 morti e 17mila contagiati sullo sfondo), è riuscito nel miracolo che finora nessuna promessa, nessuna stretta di mano, nessuna task force, nessun piano quinquennale di buoni propositi era riuscito a fare. E cioè ricompattare per la prima volta nella breve vita del governo giallorosso Pd e 5 Stelle. Per la prima volta. Una sola voce, un solo tweet, un solo hashtag, un solo cuore: tutti uniti contro Renzi. Da Di Maio a Franceschini, da Zingaretti a Di Battista. Un capolavoro.

Ma: c’è un Ma gigantesco da considerare a questo punto. L’ex premier sa benissimo una cosa: la politica non si fa con le dichiarazioni di bandiera, pronte a cambiare direzione non appena cambia il vento. La politica, da sempre, si fa coi numeri. E se i numeri necessari a sostenere i tweet pro Conte e anti Renzi non si troveranno fra i signori Responsabili-Costruttori del Senato, come nelle ultime ore pare sempre più probabile dopo le defezioni di Udc e mastelliani, la domanda è: quanto Pd e 5 Stelle saranno disposti a restare compatti nella difesa a oltranza di Conte? Quanto saranno disposti a perdere per salvare la faccia e l’idea? Perché c’è un progetto politico molto raccontato e però mai nato, fragile e fine come un filo di fumo, sullo sfondo della crisi di governo che lascia l’Italia afflitta e gli italiani sconcertati. E quel progetto è proprio la famosa alleanza - non più solo formale e numerica, ma sostanziale e di concetto - tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle. Ideologi e sostenitori: Zingaretti e Bettini per il Pd, le colombe dei pentastellati e un inedito Grillo. Ago della bilancia: l’avvocato del popolo Conte. Fuori dai partiti, vincente in Europa, buono per reggere pesi e contrappesi dello scivolosissimo piano riformista.

Se ne parlò per mezza estate, quando il Covid pareva (ingannevolmente) già il passato, i 209 miliardi dell’Europa erano stati messi nel registro di cassa, e si veleggiava verso le elezioni regionali di settembre, che tra vincitori e vinti avrebbero dovuto delineare nuovi assetti di governo, nuove alleanze, più solide maggioranze. Finì, ricordate?, con la vittoria morale di Zingaretti (fondamentale in tal senso fu il risultato di Giani in Toscana), mentre Renzi (rimasto escluso con il suo piccolo partito dagli ambiziosi piani d’intesa giallorossa) si affannava a intestarsi meriti: «Io determinante per il risultato» diceva per la verità poco ascoltato. All’indomani delle urne, molti esponenti di spicco dei vari partiti azionisti del Governo si aspettavano un rimpasto. Renzi sognava un suo uomo alla Difesa, notabili del Pd immaginavano già il loro Zingaretti al Viminale, magari vice premier insieme a un mai domo e mai pago Di Maio. Finì molto diversamente. Conte non fece un plissé, non diede segni di capire pretese, aspirazioni, frustrazioni dei partiti che lo tenevano e lo tengono in vita. Restò arroccato sulla sua squadra di governo, la «migliore del mondo», e in tanti iniziarono a storcere il naso.

È sull’onda lunga e sempre più agitata di questo clima tardo estivo che Renzi, alle idi di un dicembre massacrato dalla pandemia, ha innescato la miccia della crisi. Forse sperando che le crepe al sostegno di Conte, specie nel Pd e con i 5 Stelle ai minimi storici, fossero sufficienti a spaccare definitivamente il fronte del progetto giallorosso e a rispedire il premier nell’anonimato della società civile da cui era stato fortunosamente pescato. Non è andata come aveva pianificato: i generali hanno ricompattato le fanterie, democratici da un lato, pentastellati dall’altro. E Renzi, che era partito tutto sommato ragionevole attaccando l’abuso delle task force contiane nella gestione dei piani per il Recovery Fund, si è trovato costretto ad alzare sempre di più la posta in gioco. Pareva diventato come il lupo di Esopo, quello che nella favola accusava l’agnello di intorbidirgli l’acqua del fiume. La favola finiva con il lupo che si mangiava l’agnello, la crisi è finita con Renzi che ha provato a staccare la luce al governo, ma vista la sarabanda che gli si è scatenata contro un minuto dopo ha tenuto in mano lo spinotto, dichiarandosi pronto a riattaccarlo se ce ne sarà bisogno. Pare la drôle de guerre, la guerra farsa, come gli storici chiamarono i primi mesi del secondo conflitto mondiale, a cavallo tra il 1939 e il 1940: la guerra dichiarata ma non combattuta, in attesa che qualcuno facendo la prima mossa mostri il fianco scoperto della propria debolezza, e quindi inizi a puzzare davvero di sconfitta.

Come ne usciremo? La storia recente del nostro amato e disgraziato Paese ci insegna che nella gestione delle crisi i partiti non sono mai autosufficienti nel decidere le sorti dei governi. Determinanti saranno i due convitati che a ogni crisi che si rispetti si apparecchiano la tavola ai posti d’onore. Il Capo dello Stato da un lato, l’Europa dall’altro. Mattarella non è muscolare come Napolitano. E però ha mostrato di non gradire le maggioranze raccogliticce. Vedremo quanto sarà disponibile a benedire l’eventuale carrozzone. L’Europa, dal canto suo, ci ha appena dotato di 209 miliardi. Difficile pensare che non farà pesare la propria voce sulle sfortune patrie. È già successo (vedi il Berlusconi del 2011), succederà di nuovo. Ora: non è detto che la maggioranza di Conte, qualora riesca a compattare la compagine dei Responsabili, non possa andare bene. Che riesca a durare due anni: beh, questa è tutta un’altra storia.