Firenze, 16 marzo 2021 - Ci eravamo ormai abituati al populismo giudiziario di Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, che non ci pare il vero adesso di ascoltare le parole della nuova ministra Marta Cartabia. La quale non solo, come primo atto appena entrata nel governo Draghi, è andata a trovare il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, ma ieri, in audizione, ha anche assestato un colpo al manettarismo facile del M5s sul carcere. 

Per la ministra Cartabia è necessario orientarsi, ha spiegato, “verso il superamento dell’idea del carcere come unica effettiva risposta al reato. La ‘certezza della pena’ non è la ‘certezza del carcere’, che per gli effetti desocializzanti che comporta deve essere invocato quale extrema ratio. Occorre valorizzare piuttosto le alternative al carcere, già quali pene principali”.

Giova ricordare che già da presidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia aveva organizzato le visite nelle carceri per gli altri membri della Corte. Tutta un’altra idea insomma rispetto a quella che il ministro Bonafede propugnava in diretta tv nel gennaio 2020: “Gli innocenti non finiscono in carcere”, disse.

Forse Bonafede non aveva mai sentito parlare di Enzo Tortora, condannato ingiustamente nel 1985 dopo aver già trascorso sette mesi di reclusione, per poi essere assolto definitivamente nel 1986. Uno dei tanti casi di innocenti finiti in carcere e che contribuiscono peraltro al sovraffollamento delle prigioni.

L’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti di Strasburgo per trattamento inumano e degradante. Le misure alternative al carcere servono proprio a questo: a far deflettere il tasso di sovraffollamento. In un anno c’è stato un calo di circa il 12 per cento del numero dei detenuti nelle carceri italiane, ma resta ancora superiore a quello dei posti regolamentari. E per rientrare nella “legalità” occorrerebbe “deflazionare il sistema” di 4-8mila persone.