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3 mag 2022

Una morte diventata simbolo di ingiustizia Ma in tribunale c’è il rischio sabbie mobili

La grande reazione della società civile, poi le indagini rapide. Ora però tutto rischia di vanificarsi di fronte al possibile processo lumaca

Erano le 9.46 della mattina del 3 maggio di un anno fa quando un collega di Luana D’Orazio ha premuto il pulsante di stop dell’orditoio a cui la ragazza, 22 anni, stava lavorando. Troppo tardi, l’irreparabile era già avvenuto. L’esile corpo di Luana, mamma di un bambino che all’epoca aveva solo 5 anni, girava insieme alla macchina privo di vita come in un "abbraccio mortale". Una data e un orario che saranno difficili da dimenticare. Luana è morta nel modo peggiore diventando suo malgrado il simbolo delle tante vittime sul lavoro che ogni anno si registrano in tutto il Paese.

Solo l’anno scorso sono state più di 1.400. Lei che sognava di fare l’attrice e di diventare famosa, si è trasformata nell’icona di una battaglia di civiltà. "Voleva diventare famosa – ha detto la mamma della ragazza, Emma Marrazzo, subito dopo la tragedia – Ora lo è". Luana aveva abbandonato i sogni di gloria di sfondare nel cinema per lavorare in fabbrica. Aveva un bambino che cresceva da sola. Si è dovuta rimboccare le maniche per portare a casa uno stipendio sicuro per sé e per suo figlio. Tutto si è interrotto alle 9.46 di un anno fa, come registra la perizia sul macchinario disposta dalla Procura. La relazione tecnica del consulente ha restituito un quadro chiaro e al tempo stesso agghiacciante di quello che è accaduto la mattina del 3 maggio 2021 all’Orditura srl di via Garigliano a Montemurlo dove Luana lavorava come apprendista da circa due anni. "Alle 9,45 – scrive il perito – Luana ha azionato il macchinario in modalità automatica (cosiddetta "lepre", ossia veloce) e dopo pochi secondi (sono le 9,46) si è avvicinata al comando del subbio (il rullo intorno al quale si avvolge il filato che serve per realizzare l’ordito) restando agganciata alla staffa del comando del subbio. La staffa, annota il consulente, sporgeva più del dovuto e non era coperta da una superficie liscia che avrebbe impedito la disgrazia". La tragedia di Luana era già scritta. La sbarra ha afferrato la maglia, la felpa e i leggins della ragazza (che non indossava abiti antinfortunistica) trascinandola dentro il motore "in un abbraccio mortale".

Le indagini della Procura hanno viaggiato spedite. In cinque mesi, secondo quanto accertato, è stato stabilito che l’orditoio a cui lavorava la ragazza era stato manomesso per impedire al cancello di protezione di scendere quando entrava nella fase di lavorazione veloce. Un modo per risparmiare tempo e consentire di svolgere il lavoro in maniera più spedita ma che è risultato essere un meccanismo infernale. Le indagini sono state chiuse in cinque mesi. A inizio ottobre la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per la titolare, Luana Coppini, per il marito, Daniele Faggi, considerato amministratore di fatto della ditta della moglie, e per il tecnico manutentore, Mario Cusimano, che avrebbe eseguito fisicamente la manomissione. Le accuse sono per tutti di omicidio colposo e omissione dolosa delle cautele antinfortunistiche. L’udienza preliminare si è aperta un mese fa ma è stata subito rinviata a causa di una serie di impedimenti dei difensori. L’udienza è stata rinviata a settembre.

Laura Natoli

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