Un ospedale (foto repertorio)

Pistoia, 8 novembre 2018 -  «In questi anni non abbiamo mai ricevuto una lettera di scuse da parte dell’infermiera, né l’Asl ha mai cercato un contatto con noi. Insomma, è mancata del tutto la cura dell’aspetto umano di una vicenda drammatica, che ha sconvolto un’intera famiglia».

A parlare è la famiglia di Roberto Sibaldi, morto all’età di 69 anni, la sera del 20 marzo 2012, nel vecchio ospedale del Ceppo, nel quale era stato portato dopo aver accusato un malore nella sua casa di via Antonelli. Mentre era al pronto soccorso, l’infermiera ebbe il compito di tagliare con le forbici i suoi vestiti per consentire le manovre mediche. Le forbici tranciarono di netto il cavo del cuore artificiale, il dispositivo «L Vad», che gli era stato applicato quattro mesi prima, l’11 novembre del 2011, all’ospedale San Raffaele di Milano. Roberto Sibaldi morì pochi minuti dopo.

A processo, per omicidio colposo, c’è Rita Murgia, 63 anni, difesa dall’avvocato Andrea Niccolai, mentre l’Asl, rappresentata dall’avvocato Stefano Pinzauti, è stata chiamata in giudizio come responsabile civile. Oggi, a distanza di tre anni dalla prima udienza, la famiglia Sibaldi ha voluto raccontare il dramma che ha vissuto e che gli ha stravolto la vita. Nella casa di via Antonelli vivevano tutti insieme, Roberto Sibaldi con la moglie Esterina, i figli Linda e Alessandro e le nipoti Deborah e Elena, che nel processo sono rappresentati dagli avvocati Elisabetta Vinattieri, Corrado Alterini e Annamaria Fasulo. Ed è proprio la nipote Elena a raccontare i drammatici momenti di quella sera, una sequenza che è scolpita nella sua memoria.

«Ricordo benissimo che mio nonno era sceso in cucina lamentandosi di avere un raschiore alla gola. Fui io a dire di chiamare il 118, vista la delicatezza dell’intervento sùbito appena quattro mesi prima. E ricordo perfettamente che l’operatrice del 118 disse che avrebbero attivato il ‘protocollo Sibaldi’».

Del particolare dispositivo cardiaco impiantato su Roberto Sibaldi, come ha raccontato in aula la dottoressa Vinaccia medico della famiglia, erano stati informati medici dell’ospedale del Ceppo, essendo il primo del genere in Toscana. Anche l’Enel era stata avvisata, perché fosse sempre garantita la fornitura elettrica nella casa di Sibaldi, che aveva necessità di ricaricare le batterie della pompa cardiaca.

«Un particolare è impresso nel mio ricordo di quella sera – spiega ancora la nipote Elena – Mio nonno fu portato via con la barella, ma passandomi accanto, si tolse la maschera dell’ossigeno che gli avevano messo, e mi disse: ‘Non ti preoccupare Elena, non è niente, ci vediamo tra poco’. Noi andammo subito in ospedale con lui, che morì in pochi minuti: l’accesso scritto sulla cartella clinica è delle 21.07 e la morte alle 21.39. Noi, però, lo abbiamo saputo solo alle tre di notte. Anche questo non possiamo perdonarcelo: non aver potuto essergli accanto, in quei momenti terribili».

Martina Vacca