Marinova Bogdana Vessellinova e l'avvocato Benedetta Berardinelli
Marinova Bogdana Vessellinova e l'avvocato Benedetta Berardinelli

Pistoia, 23 novembre 2018 - «Non voglio stare in questa aula. Voglio essere riportata in carcere». Capelli lunghi, nero corvino, e abbigliamento scuro, ha fatto appena capolino nell’aula bunker della Corte d’Assise a Firenze, dove si celebra il processo che la vede imputata per la morte del marito, Antonio De Witt Molendi, trovato senza vita a 55 anni, la mattina del 5 febbraio 2017, nella sua casa di via Ferrucci, coperto di lividi ed escoriazioni. Appena il tempo di pronunciare queste parole, dichiarando la sua rinuncia all’esame richiesto dal pubblico ministero Giuseppe Grieco, e poi Marinova Bogdana Vessellinova, 51 anni, è tornata nel carcere di Sollicciano. L’accusa è suo carico è pesante: maltrattamenti aggravati dalla morte del marito. Ed è sulle cause di quella morte che si gioca tutto il processo, arrivato ora alle sue battute finali. De Witt fu trovato in una stanzetta spoglia e sporca di urina, semi nudo, il corpo ricoperto di ferite.

Per il consulente del pubblico ministero, professor Marco Di Paolo, non ci sono dubbi: quelle ferite, ben 22, tutte risalenti ad un tempo databile tra le 24 e le 72 ore precedenti alla morte, sarebbero i segni di una violenza inaudita da cui l’uomo avrebbe provato a difendersi. Diversa la lettura data dal consulente della difesa, dottor Giuliano Piliero, che ieri mattina è stato a lungo ascoltato e per il quale alcune di queste ferite sarebbero compatibili con cadute accidentali, che l’uomo avrebbe potuto procurarsi anche in casa, per le crisi epilettiche di cui soffriva. Per entrambi, però, non sarebbero state ferite letali.

Per il professor Di Paolo l’infarto e l’arresto cardiaco sono conseguenza di una intossicazione del cuore, dovuta al forte stress che le stesse percosse avrebbero provocato. Una tesi respinta dal consulente nominato dall’avvocato difensore, Benedetta Berardinelli, con queste motivazioni: «La morte da intossicazione del miocardio, tramite la liberazione della ‘catecolamine’, adrenalina e noradrenalina, avviene a seguito di un infarto acuto, dove l’evento stressogeno si colloca in un tempo immediatamente anteriore alla morte stessa. Per esempio, cade l’aereo sul quale sto viaggiando e io muoio prima dell’impatto, perché il mio cuore non regge. Ma le ferite e le percosse, ammesso che siano tali, potrebbero risalire fino a 4 giorni prima della morte di De Witt». Per il consulente della difesa dunque, fu morte naturale, per infarto del miocardio.

Per chiarire questo punto, è stato ascoltato il dottor Alberto Albertacci, medico legale, incaricato dalla Procura, che per primo effettuò il sopralluogo nella casa di via Ferrucci, dopo l’intervento della Squadra Mobile, e che eseguì l’autopsia sul corpo della vittima. «L’arteria coronaria destra presentava dei problemi, aveva cioè una ostruzione per il 50%, dovuta a una placca». Una situazione che il medico ha definito non trascurabile, ma che, secondo lui, non può essere messa in relazione diretta con la lesione del cuore. Il processo riprende il 6 dicembre. 

LA MORTE NON FU IMMEDIATA

Non è morto immediatamente Antonio De Witt Molendi. Secondo la ricostruzione del consulente della difesa, dottor Giuliano Piliero, l’ex vigile del fuoco è stato colto da infarto, in conseguenza della malattia coronarica di cui soffriva. La morte sarebbe avvenuta in un arco temporale che potrebbe essere compreso tra le due e le sei ore. A dimostrazione di questa tesi, ci sarebbe anche il fatto che la sua vescica era piena: contenente circa mezzo litro. 
Quanto all’analisi delle ecchimosi ritrovate sul corpo, esse potrebbero essere compatibili con una caduta per crisi epilettica, comprese quelle sul dorso delle mani. Invece, la contusione posteriore, sul gluteo, avrebbe la caratteristica morfologica ‘a binario’, compatibile con un colpo di bastone.