L'avvocato Benedetta Berardinelli e il medico Giuliano Piliero
L'avvocato Benedetta Berardinelli e il medico Giuliano Piliero

Pistoia, 16 novembre 2018 - Ha chiesto scusa al presidente e alla giuria popolare della Corte d’Assise per la crudezza delle immagini che avrebbe mostrato in aula. Immagini di uno scempio. Quello in cui è stato ritrovato senza vita, la mattina del 5 febbraio 2017 nella sua casa di via Ferrucci, Antonio De Witt Molendi, l’ex pompiere in pensione, morto a 55 anni. Per quella morte, la vedova, Marinova Bogdana Vessellinova, 51 anni bulgara, è a processo con l’accusa di maltrattamenti aggravati dalla morte.

Ieri mattina, nell’aula bunker della Corte d’Assise, a Firenze, il professor Marco Di Paolo, medico legale e professore associato all’Università di Pisa, consulente del pubblico ministero Giuseppe Grieco, ha analizzato, punto per punto, le immagini della salma al momento del sopralluogo svolto nella camera da letto in cui fu ritrovato il corpo di De Witt, e quelle dell’autopsia, entrambe scattate dal medico legale, dottor Alberto Albertacci.

Su quel corpo, trovato riverso a terra, supino, e seminudo, in una stanza piena di urina (tanto che è stato necessario ripulirla), coperto di ecchimosi, graffi e lacerazioni, "sono state rinvenute – ha spiegato il professor Di Paolo – 22 lesioni, o gruppi di lesioni. Si tratta di ecchimosi, cioè lividi, lesioni escoriative, cioè graffi, specie sul dorso delle mani (tipiche di chi si difende da una aggressione), e lacerative, queste soprattutto nella parte alta della testa. Ancora, la tac ha rilevato la frattura delle ossa nasali, mentre le macchie trovate sulle mani e da subito valutate come incompatibili con macchie ipostatiche, si sono rivelate essere lividi".

Tutte o quasi tutte le lesioni, come ha spiegato il consulente, sono state prodotte in un tempo non più lontano di 48 ore prima della morte (questa avvenuta presumibilmente la sera prima del ritrovamento) e comunque quando l’uomo era in vita. Tutte quelle lesioni, soprattutto, sarebbero ferite incompatibili con traumi accidentali che l’uomo si sarebbe potuto provocare cadendo, per esempio durante una delle crisi epilettiche di cui pure soffriva da anni. «Ipotizzando che la vittima abbia avuto una crisi nelle ore antecedenti alla morte – ha spiegato il medico – è impossibile immaginare che si sia provocato 22 lesioni, e tutte nella parte anteriore del corpo. I graffi sul dorso delle mani sono tipici segni di difesa».

Un quadro agghiacciante, di violenza e abbandono, sembrerebbe. Ma che cosa ha causato la morte dell’ex pompiere? E’ su questo quesito che si gioca tutto il processo. «Non le lesioni», come ha chiarito il professor Di Paolo, ma un cedimento del cuore, che sarebbe stato provocato da un forte stress. Lo stress, presumibilmente scatenato dai traumi subiti nelle ore precedenti alla morte, ma anche, è ipotizzabile, dal freddo e dalle mancate cure. «Si parla tecnicamente di morte da stress e intossicazione del miocardio».

L’adrenalina liberata da un forte stress fisico ed emotivo intossica il cuore, in altre parole, un po’ come accade alle persone colte da infarto quando subiscono una rapina in casa, per esempio. Per la difesa, avvocato Benedetta Berardinelli, però, l’infarto e poi l’arresto cardiaco sarebbero stati causati da un quadro clinico già compromesso, come dimostrerebbe l’esame autoptico eseguito dal dottor Alberto Albertacci. In particolare, è stata analizzata la sezione dell’arteria coronaria destra che, secondo l’analisi dell’anatomopatologo, si sarebbe presentata ostruita. Una tesi che il consulente dell’accusa ha respinto, dissentendo anche sul metodo di incisione utilizzato. Il processo riprende il 22 novembre, quando sarà ascoltato il dottor Albertacci. Il pm aveva rinunciato al teste, ma la difesa si è opposta, e ha ribadito la richiesta di eventuale perizia.