Massimo Reale con Marco Giallini, foto dal set di «Schiavone»
Massimo Reale con Marco Giallini, foto dal set di «Schiavone»

Pisa, 4 marzo 2019 - Massimo Reale, attore toscano, di televisione, teatro e cinema e poi autore, sceneggiatore, regista e documentarista, come pure psicologo e comunicatore. Ripercorre la propria carriera da quando, per la storica serie “Classe di Ferro”, fu a Pisa per girarne un episodio. Adesso nelle sale cinematografiche, con un film in costume, ed in tournée teatrale, sarà presto sul set della nuova serie di “Rocco Schiavone”.

Comincio con una domanda, che è praticamente d’obbligo: mi dice la prima parola che le viene in mente se le nomino Giampiero Montini (uno dei protagonisti della serie tv degli anni ‘80/’90, “Classe di Ferro”, ndr) e i sentimenti che prova adesso ricordando quel personaggio?

«La prima parola è sicuramente giovinezza, perché è stata un’esperienza legata al modo di vivere le cose in quel periodo, con divertimento, insieme ai miei compagni Paolo Sassanelli, Giampiero Ingrassia, Guido Venitucci, Rocco Papaleo e gli altri. Quello sicuramente è stato un periodo dove ho riso veramente molto, come si ride a quell’età!.. Siamo poi stati molto ben condotti da Bruno Corbucci che ci faceva da regista, ma anche un po’ da padre. Lui era una persona più grande, autorevole e molto buona, davvero cara!

Ricordo che una puntata era ambientata a Pisa…

«Sì, è vero! Andammo a fare un po’ di addestramento con i militari della Folgore e poi abbiamo girato un paio di scene sotto la Torre ed in piazza dei Cavalieri».

Lei scrive, dedicandosi non solo ai libri, ma anche a sceneggiature. Mi vuol dire prima di tutto il significato che ha per lei la scrittura, in senso ampio?

«Mi piace scrivere perché ho molta fantasia. Mi vengono in mente tante storie… perciò mi interessa, mi diverte costruirne sempre di nuove. La trovo una cosa veramente creativa e mi piace molto. Quindi è una cosa che, quando posso, faccio».

Tra i suoi libri, molti sono legati al territorio - quello senese in particolare - ed ai cavalli. Mi spiega come mai questi argomenti le stanno a cuore?

«La parte editoriale della mia scrittura è legata alla collaborazione con Marco Delogu ed è quella, sì, in cui ho esplorato il mondo dei cavalli, perché io lo amo molto. Io ho fatto per vent’anni le corse al galoppo, correndo anche all’Ippodromo di San Rossore. Facevo il gentleman rider, cioè il fantino dilettante. Questo è durato fino a quando non sono diventato troppo vecchio per fare agonismo. Ho un legame molto forte anche con il Palio di Siena, perché la famiglia della mia mamma è senese. Così, da questa doppia passione sono nati alcuni libri».

Una cosa che ho appena scoperto è la sua attività di documentarista: lei non finisce di stupirmi! Me ne vuole parlare e dirmi se c’è un documentario al quale è legato un po’ più degli altri?

«Rientra sempre tutto, come dire, in un artigianato… che è poi il modo con cui io vivo anche la recitazione. Ho fatto diversi documentari e di recente ne ho fatto uno un po’ più lungo, con Luca Zingaretti sulla Prima Guerra Mondiale. Quello a cui sarei più legato… ancora lo devo fare. Per adesso mi piacciono tutti allo stesso modo».

Nelle ultime serie de “Il commissario Rex”, dove i protagonisti cambiano commissariato, ci sono nuovi personaggi, tra cui il suo, il consulente della polizia Carlo Papini. Tormentato, intenso e ricco di umanità. Che emozioni ha ricordandolo?

«Interpretare Papini è per me stato molto bello, perché lavorare con il talento dei fratelli Manetti è veramente sorprendente: loro, solo con una stanza vuota, riescono a fare un film! Inoltre sono dei creativi instancabili! Poi ha contribuito il fatto di entrare in una serie “mitica” come quella... Il ruolo mi sembrava ben scritto e ben costruito, con una sua originalità ed è stato interessante interpretarlo. La cosa che ho poi cercato di fare io è di non creare un disabile buonista. A volte sembra che nelle fiction una tale figura debba essere automaticamente una persona buona, invece lui è “incavolato nero” perché sulla sedia a rotelle non cui vuole stare! Non è certo un tipo “caramelloso”. Quello era il pericolo che volevo evitare e mi sembra che il personaggio abbia avuto un suo seguito tra il pubblico».

In uno degli episodi era presente un ruolo da cattivo Paolo Sassanelli, suo “amico di gioventù” proprio grazie a “Classe di ferro”. Da spettatrice, quell’episodio per me fu molto emozionante. E per voi? Cosa avete provato a ritrovarvi in quel drammatico “faccia a faccia”?

«Eh… è stato molto bello e sono stato davvero contento, perché ho grande ammirazione per Paolo, che è un attore eccellente. Lo ritenevo già così a vent’anni e l’ho ritrovato ancora di più a cinquanta, più esperto, più raffinato. Quelle scene erano tutte sequenze notturne: essendo all’interno di un centro commerciale, dovevamo farle quando era chiuso. Ricordo che girammo tra le tre e le quattro di mattina ed eravamo un bel po’ meno lucidi che se fossimo stati di giorno e forse… quello ci ha aiutato a rendere le cose ancor più drammatiche».

Ho letto che lei fa anche corsi di comunicazione. Aiuta le persone ad esprimersi in situazioni di particolare coinvolgimento emotivo...

 

«Io sono uno psicologo iscritto all’albo e collaboro con un’associazione culturale, che è anche una rivista, e si chiama “Nuove arti terapie”. Con loro io faccio alcune docenze nei corsi di arte-terapia, che è l’applicazione dei mediatori artistici nelle relazioni di aiuto, anche per le scuole. Riguardo ai percorsi individuali adesso me ne occupo un po’ meno».

In un’epoca in cui la comunicazione, soprattutto tra i giovani, è fatta di veloci short message, questo suo lavoro diventa addirittura vitale per la società…

«Ci sono nuovi modi di comunicare, sì, ed è vero che possono costituire un limite, ma anche rappresentare delle grandi possibilità. Dipende da come si guardano… vanno sempre valorizzati e ne va modulato l’impiego. Non è detto che siano negativi di per sé. Basti pensare anche a Youtube: quanta cultura si può trovare… certo dipende anche da chi cerca e da cosa si vuole trovare. Il fatto di aiutare ad esprimersi, poi, certo è utile, anche perché favorisce la crescita personale. Di queste nuove generazioni forse la cosa più deleteria è che non hanno tempo di annoiarsi: hanno una vita molto più impegnata di quanto non l’avessi io da ragazzo. Ricordo che avevo diverse ore in cui non avevo niente da fare e sono quelli i momenti in cui “inventi”, perché devi far passare il tempo. La noia, insomma, è un valore…».

Io la vedrei benissimo ad interpretare film su due grandi toscani del passato: Leonardo da Vinci e Galileo Galilei. Che ne pensa? Lei ama recitare in costume?

«Sì, in costume ho fatto una lunga serialità televisiva che si chiamava “Orgoglio”, poi diversi ruoli in teatro, ad esempio quelli nelle rappresentazioni tragiche del Teatro Greco di Siracusa e anche in film per il cinema, come “Exitus. Il passaggio”. È un thriller medioevale, uscito il mese scorso, dove interpreto il pittore che ha dipinto l’affresco sulle mura esterne della chiesa di Pinzolo, Simone Baschenis, realmente esistito quindi, come Leonardo e Galilei. Tornando a loro… se mi piacerebbe interpretarli? Certo! Sono a dir poco interessanti e sarebbe bello poterci lavorare».

Osservandola, in un primo momento, la si potrebbe definire un po’ sornione e schivo, in realtà è estremamente disponibile ed affabile. Manzini, che ha creato Schiavone e quindi il medico legale che lei interpreta nella serie tv, l’ha definita “genio”: come vive questa definizione?

«Beh… chiariamo! Antonio è stato molto carino… Oltre ad essere uno scrittore di gran talento, bravo attore, quando lo faceva, è una persona molto gentile. Forse è per quello che l’ha detto… Ma mi fa piacere che abbia gradito come ho messo in scena un personaggio che ha creato lui. Magari dovremmo fare a mezzo di questa definizione. Io la vivo con grande piacere e soddisfazione e con l’impegno a lavorare sempre meglio. Questo posso dire. Non succede niente quando ti dicono “genio”, come non succede niente quando ti dicono “scemo”, insomma… - ride – io continuo semplicemente a fare il mio lavoro».

E in relazione con i suoi fan? Un genio ce lo potremmo immaginare in alto, irraggiungibile…

«Io non credo di avere proprio dei “fan”, semmai delle persone che quando mi guardano, son contente di vedere un attore che fa il suo mestiere con grande passione e serietà».

Ma nel caso, ad esempio, di serie tv molto seguite, ci sarà stata l’occasione di gente che arriva numerosa sui set o durante eventi particolari!

«Quel tipo di successo c’è stato quando avevo vent’anni e facevo “Classe di ferro”, anche perché ogni tipo di fiction ti dà un certo tipo di popolarità, come ogni età. Sarebbe assurdo avere adesso miei coetanei cinquantenni che “strillano” vedendomi. La cosa mi farebbe ridere, è più da ragazzi... Sono contento però ci siano persone che mi stimano, perché io faccio il mio lavoro con onestà, dando tutto quello che posso ogni volta, come sto facendo adesso in teatro (con “Il Penitente” insieme a Luca Barbareschi, Lunetta Savino e Duccio Camerini, ndr)».

La terza serie di “Rocco Schiavone” è in preparazione. Cosa darà in più al suo personaggio “sui generis”, l’anatomopatologo Alberto Fumagalli?

«Sì, cominciamo tra pochi giorni. Mah, in realtà credo che stavolta sia venuto in mente a Manzini qualcosa di nuovo. Fumagalli avrà una sua evoluzione personale, ma naturalmente non posso dire di cosa si tratterà nello specifico. Io… proverò a farla bene!».

Francesca Padula