L’operazione “Taliban“ fu condotta dal reparto Ros dei carabinieri di Torino
L’operazione “Taliban“ fu condotta dal reparto Ros dei carabinieri di Torino

Pisa, 13 dicembre 2019 - Erano ai domiciliari per scontare una pena definitiva per spaccio e finirono dritti al 41bis in Sardegna. Carcere duro, come misura cautelare, per quando furono individuati come presunti fiancheggiatori dell’Isis. Poi però sono usciti a testa alta dal processo, assolti dalla corte d’assise di Torino dopo che per mesi avevano diviso la detenzione con terroristi veri. Così, due di loro, hanno dato mandato al loro legale, l’avvocato Sara Baldini, di fare ricorso per ingiusta detenzione. Si tratta Nafaa Afli (28 anni) e Marwen Ben Saad (32 anni). Con loro furono arrestati Bilel Tebini (30 anni) – l’unico che era libero quando scattarono le manette – e Bilel Mejri (27 anni) assistito dall’avvocato Massimo Parenti. Non è escluso che anche questi due si aggreghino al ricorso che verrà presentato alla corte d’appello di Torino. "La sentenza di primo grado – riferisce l’avvocato Baldini – è definitiva: i termini di legge sono scaduti e non abbiamo avuto notizia di impugnazione da parte della procura".
 

«I miei assistiti – dice – è vero che stavano scontando una condanna definitiva ed erano già detenuti, ma si trovavano ai domiciliari. L’arresto per attività con finalità terroristiche ha significato l’ingresso in cella, in un carcere di massima sicurezza, lontano da casa e con non poche sofferenze". Uno di loro, che doveva sposarsi, l’ha fatto in carcere dove ha effettuato anche il riconoscimento del figlio. Gli altri detenuti, i jidahisti, proprio perché sposato con un’italiana e con prole battezzata non lo vedevano di buon occhio. Lo costringevano a pregare. "Noi esporremo alla corte la vicenda e le conseguenze che questa ha avuto per questi uomini – aggiunge il legale –. Riteniamo cge abbiamo diritto ad essere risarciti".


Anche perché i giudici di primo grado quell’inchiesta, denominata "Taliban", l’hanno smontata alla radice rilevando che l’istruttoria non ha portato "alcun serio elemento idoneo anche solo a ipotizzare la vicinanza all’Isis dei quattro imputati". "Di contro – hanno scritto i giudici – risulta che tutti hanno, fino al momento dell’arresto, addirittura assunto abiti, costumi e convinzioni assolutamente incompatibili con l’adesione alla fede integralista islamica". Per i giudici hanno deposto in tal senso i loro interessi, le frequentazioni con italiani, le abitudini, i vestiti, "addirittura il matrimonio di uno di loro con una donna cattolica e il successivo battesimo del proprio figlio". Per la Corte non stava in piedi neppure l’istigazione alla Jihad su Facebook. "Tutte le divulgazioni – precisa la sentenza – sono prive di ogni specificità in quanto consistono in qualche immagine o video nei quali, al più, si può riscontrare una genericissima connotazione di compiacimento per la violenza".
Eppure furono ammanettati come gli ultimi rimasti di una cellula dell’Isis a Pisa che con la copertura dell’iscrizione all’ateneo e con l’immagine dei profughi della Primavera araba, nascondevamo il vero volto di discepoli di Ansar al-Shari, milizia che avrebbe svolto un ruolo di supporto nel Magreb ad Al Qaeda e successivamente all’Isis. I cui caduti i quattro li avrebbero omaggiati come martiri. Ora però rimettono il conto allo Stato.
Carlo Baroni
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