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20 ago 2015

Enio Drovandi, il preferito di Monicelli. Il premio intitolato al regista va all'attore di Amici miei

"Quella battuta del ’signor Becchi’ la inventai io. Poi portai tutti a Montecatini Alto"

20 ago 2015
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Montecatini, 20 agosto 2015 - Gli hanno appena consegnato a Prato il Premio Monicelli come unico attore che ha recitato in quattro film dell’indimenticato regista. «Per un pistoiese come me – dice – è essere premiato dai pratesi è il massimo». Enio Drovandi è di una simpatia travolgente, toscanaccio vero, di quelli che ti pare di aver sempre conosciuto anche se lo vedi per la prima volta. Insomma, un grande. Lo disse lo stesso Monicelli: «Una volta, e ci sono testimoni, disse che ero il miglior attore caratterista che avesse diretto in carriera. Ne sono tanto orgoglioso».

Enio ieri ha chiamato la redazione per ringraziare per la foto pubblicata martedì che lo ritrae a tavola con il cast di Amici Miei Atto II a Montecatini Alto. Perché è così importante quell’immagine? «Sapevo che esisteva, ma non ero mai riuscito a trovarla. Ora l’ho pubblicata sul mio sito e la rete è impazzita. Amici Miei ha milioni di fan. Io organizzai quella cena. Il cast era alla Pace e proposi di andare tutti da Lido’s. Tognazzi e compagnia non conoscevano Montecatini Alto e rimasero entusiasti. Mi ricordo che mi sentivo di piombo: giovane attore in mezzo a quei mostri sacri. Ascoltavo i loro discorsi su grandi film fatti e da fare. Parlai poco, perché avevo soprattutto da imparare da loro. Una serata indimenticabile».

Sei legato a una delle scene-cult del film, quella del vigile pisano che ’scopre’ le corna del signor Necchi, anzi Becchi». «Sono orgoglioso di dire che quella battuta finale Non stia a preoccuparsi signor Becchi. Per me la cosa è chiarita fu inventata da me. Nel copione non c’era. La proposi, un po’ sfacciato, a Monicelli, che mi aveva in simpatia. Lui chiamò Tognazzi e Montagnani per sentire i loro pareri. Piacque. Il giorno di Natale, quando uscì il primo trailer in tv all’ora di pranzo, rimasi con la forchetta a mezz’aria quando vidi che fu usata proprio quella scena per la pubblicità del film. Monicelli mi disse poi che per lui rappresentava il momento-clou».

Come avvenne il primo incontro con Monicelli? «Ero dal mio agente e aspettavo che finisse con la persona in ufficio. Uscì un tipo con una strana papalina in testa. Nel vederlo non mi trattenni dal ridere e dall’indicare il buffo copricapo. Mi guardò e se ne andò. Il mio agente poco dopo mi disse che era il grande Monicelli. Rimasi di sasso. Lo chiamai per scusarmi, ma lui non solo non si era offeso, ma mi chiese di andarlo a trovare. Grand’uomo. Mi disse che la mia spontaneità comica serviva ai suoi film. Con lui ho recitato in Amici Miei, I Picari, Le due vite di Mattia Pascal e Speriamo che sia femmina».

Con Catherine Deneuve... «Lei e Marcello (col cui lavorai nel Mattia Pascal) conoscevano bene questa parte di Toscana. Avevano una villa fra Montecatini e Lucca. Anche in quel film infilai una battuta di mia invenzione, Madonna del parabrezza! La Deneuve per quella scena esaltò la grande spontaneità del cinema italiano rispetto a quello, tutto calcolato, americano».

Chi ti ha dato gli insegnamenti più importanti? «Tutti i grandi attori e registi che ho incontrato. Mastroianni mi disse: Tu farai qualcosa di buono, sei bravo. Ma ricorda che più grande sarai, più normale devi essere. Proprio per questo, alla fine di questa bella chiacchierata, mando un pensiero al mio caro amico Francesco Nuti per la sua poesia e ai miei genitori Tiberio ed Enia: mi hanno dato una cosa basilare che manca a troppi giovani d’oggi, il piacere della miseria. Pensa che volevano chiamarmi Ennio, ma essendo in strettezze risparmiarono una enne...».

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