Il sostituto procuratore Luigi Boccia
Il sostituto procuratore Luigi Boccia

Montecatini Terme, 9 dicembre 2018 - Protetta  da un paravento di legno, ha parlato senza mai rischiare di incrociare lo sguardo del figlio, quel figlio che lei stessa si è decisa a denunciare solo dopo un lungo periodo di maltrattamenti subiti, e che oggi siede sul banco degli imputati. Estorsione, rapina e maltrattamenti in famiglia. Queste le accuse per l’uomo, 44 anni, già agli arresti domiciliari per un altro episodio, sempre ai danni della famiglia, difeso in questo procedimento dagli avvocati Claudio Casciani e Lorenzo Satti di Monsummano Terme. L’ audizione in modalità protetta è stata introdotta dalla legge sul femminicidio ed è prevista dall’articolo 498 del codice di procedura penale (comma 4 quater). Il giudice Stefano Billet ha accolto la richiesta dell’avvocato Francesca Barontini della donna, oggi 80enne, «in ragione dell’età della vittima e della natura famigliare delle accuse». «Non pensavo che sarei arrivata a testimoniare contro mio figlio», ha esordito in aula la donna.

Non senza fatica, soprattutto psicologica, l’anziana ha ripercorso, rispondendo in aula alle domande del pubblico ministero Luigi Boccia, i momenti drammatici delle aggressioni di cui sarebbe stata vittima. La più brutta risale al dicembre del 2016, quando l’uomo era arrivato a rapinarla nel suo stesso negozio, un locale di Montecatini. «Mi prese per i vestiti, stringendomi al collo – ha raccontato la madre – e fecendomi sbattere sul divanetto. Voleva i soldi, e li prese dalla cassa, circa 150 euro. Non dormii per tutta la notte, per il dolore al collo e la mattina dopo andai in ospedale».

Proprio le richieste di soldi, diventate sempre più frequenti ed esorbitanti, sarebbero state alla base delle aggressioni. Dai trenta o quaranta euro giornalieri, l’uomo sarebbe arrivato a chiederne anche 100, quasi quotidianamente, presentandosi nel negozio della madre, sbraitando e buttando a terra gli oggetti che trovava, come ha confermato in aula anche la commessa che lavorava nel locale di famiglia. Era stata lei ad aiutare la donna a scrivere, qualche mese prima, una richiesta di diffida contro il figlio
«I rapporti tra madre e figlio erano degenerati nel tempo – ha raccontato la dipendente – all’inizio il problema era nel fatto che lui non riuscisse a trovare un lavoro, poi sono arrivate le richieste di denaro, sempre più pressanti, anche quotidiane».

«Una volta – ha spiegato l’anziana madre – mio figlio venne a chiedermi duemila euro, perché doveva andare in vacanza con la ragazza. Io glieli diedi». Ma, tornato in città, aveva ripreso a minacciarla se non gli avesse dato i soldi ricavati dalla cessione della macchina dell’azienda di famiglia, sulla quale lui accampava diritti.

Le minacce, nel tempo, si sarebbero fatte sempre più pressanti, indirizzate anche al babbo, alla sorella e alla famiglia di lei. «Voglio la casa tutta per me, mica aspetto che moriate. O vi ammazzo subito, o mi date 200mila euro e non mi vedete più», sarebbe arrivato a dire in un accesso d’ira. Persino la commessa non era stata risparmiata, forse perché testimone delle sue sfuriate.

«Una sera mi chiamò per chiedermi i miei dati, minacciando di mandarmi l’ispettorato del lavoro – ha raccontato la dipendente – Ma io so che non voleva colpire me: il suo obiettivo era sempre sua madre».