
Leopoldo Tragni, deceduto a 24 anni
Carrara, 26 marzo 2021 - Se da una parte ha lasciato choccata un’intera comunità di giovani e di amici, dall’altra ha destato l’interesse e lo sdegno della comunità scientifica. La morte improvvisa del giovane Leopoldo Tragni, se ha lasciato nella disperazione la famiglia e tutti coloro che gli volevano bene, ha allertato la comunità scientifica italiana dei cardiologi e le associazioni di pazienti che hanno deciso di far conoscere una battaglia che li impegna già da tempo per prevenire e in qualche modo far fronte alla tragedia delle morti improvvise. Da qui un documento seguito da una raccolta di un centinaio di firme di specialisti che chiedono alla politica e a chi deve decidere della sanità pubblica determinati provvedimenti. I cardiologi e le associazioni di pazienti si battono per un’autopsia garantita, la cui decisione non sia lasciata all’emotività di una famiglia che in questi casi deve far fronte a ben altri fardelli, ma che venga eseguita d’ufficio.
"Il nostro appello – si legge nel documento della comunità scientifica – è ai decisori di sanità pubblica verso politiche innovative per la prevenzione della morte improvvisa nei giovani. Un importante problema di salute pubblica, non tanto per i numeri (lo 0,4 ogni 100mila persone), quanto per la drammaticità che colpisce giovani, apparentemente sani".
Leo era un ragazzo sportivo, fin dall’infanzia era agonista nella scherma ed era risultato idoneo a qualsiasi screening. "La morte improvvisa giovanile: uno stillicidio – si legge nel documento – cui il sistema sanitario non riesce a far fronte con razionalità. Chiediamo che l’autopsia sia di ufficio e non lasciata alla decisione dei parenti, che sono addirittura scoraggiati, come in questo caso, dalle intricate lungaggini burocratiche e dai carichi economici che si prospettano. I parenti non possono essere abbastanza lucidi da pretendere di acquisire informazioni preziose sia per lo screening dei loro familiari, sia per favorire la ricerca, unico strumento di prevenzione. L’autopsia deve essere svolta da laboratori di anatomia patologica specifici orientati nella ricerca delle cause della morte improvvisa nei giovani. Inoltre si chiede l’istituzione di un registro con la conservazione del dna e campioni ematici e di tessuto".
Una tragica vicenda che apre anche un’altra riflessione: lo screening non è servito. Fatalità o un sistema che va ripensato? "Serve uno screening cardiologico esteso a tutta la popolazione intorno ai 10 anni. Si è dimostrato che la mortalità nei non-atleti è maggiore della mortalità negli atleti durante attività sportiva. Lo screening deve definire il livello di rischio e non deve presupporre una certificazione. Si chiede di certificare ciò che non è possibile: non è possibile escludere il rischio di morte improvvisa anche in assenza di cardiopatia diagnosticabile. Questo iato introduce nel sistema delle certificazioni una distorsione. Il medico certificatore nel guidare lo screening esercita una forma di medicina difensivistica. Ne consegue un’esplosione di procedure diagnostiche con aggravi di costi per il sistema sanitario e per le famiglie. Troppi ragazzi sono allontanati dalla pratica sportiva, spesso senza valide giustificazioni (cosiddetti falsi positivi), vengono posti a rischio di danni, a volte anche seri, sia sul piano fisico, sia quello psichico, derivanti dalla sedentarietà e dal mancato confronto con i pari. Lo screening entrerebbe nel complesso multidisciplinare (pediatra di base, medico sportivo, ufficio igiene) della medicina del territorio. Il medico del territorio dovrebbe avere il ruolo di educatore di base, informare sui rischi della sedentarietà e cattiva alimentazione, e nello stesso tempo del doping, inteso anche come abuso di farmaci. Lo screening potrebbe guidare nella pratica sportiva più idonea interfacciandosi con l’allenatore sportivo. Infine serve finanziare la diffusione sul territorio di dispositivi per la defibrillazione esterna".

