CAVE DI MARMO
CAVE DI MARMO

Carrara, 8 novembre 2015 - Concessioni di cave che vengono vendute fra privati a prezzi che il Comune non riesce mai a incassare. Bacini estrattivi subappaltati fra aziende del lapideo con affitti e contratti fino a 10 volte superiori a quanto percepisce il Comune dall’atto di concessione. Gli uffici di palazzo civico che intervengono in diatribe fra privati senza poi compiere gli atti dovuti. Questa è solo una parte dello scenario che mette in luce il Gruppo di intervento giuridico onlus (Grig), presidio apuano, di cui è referente Franca Leverotti. Uno scenario fatto di carenze e ombre normative e amministrative, che riguarda le cave a monte di Massa.

Abuso d’ufficio, omissione di atti di ufficio e danno erariale: sono le ipotesi che mette sul piatto il Grig con la denuncia che presenterà alla Corte dei conti e alla Procura, riprendendo in parte un precedente esposto di Franca Leverotti di settembre 2014, anche alla luce dei recenti sviluppi che riguardano i bacini estrattivi delle Apuane massesi. A scatenare il tutto, in particolare, sono due cave: Rocchetta Capriolo e Calacatta Rocchetta. "Ho scoperto che la concessione delle due cave è stata recentemente venduta, o trasferita, fra privati, da un’azienda a un’altra, o meglio due diverse che ne hanno comperato – sottolinea Franca Leverotti – ed è stata valutata, su perizia giurata di un ingegnere minerario, 1.116.000 euro".

E qui c’è il primo nodo: il Grig ha già contattato un consulente tecnico del tribunale esperto in cave per avere una seconda valutazione, che dovrebbe arrivare il 16 novembre, e fare poi una denuncia circostanziata alla Corte dei conti e, nel caso, anche alla Guardia di Finanza. Ma soprattutto il problema è che quel milione e rotti di euro, sempre che sia una valutazione corretta, sarebbero potuti finire nelle casse di palazzo civico.

Vediamo perché: le due cave, Rocchetta Capriolo e Calacatta Rocchetta erano state subaffittate nel 2006 a un’altra società, la Biancospino srl, incamerando quella che è conosciuta come "rendita parassitaria" (il subappalto della concessione): "Il canone di affitto – evidenzia Leverotti – era di 24mila euro all’anno oltre al 5% dei marmi scavati e possibilità di riscuotere in denaro anche questo canone valutando il marmo 100 euro a tonnellata». In questa situazione, il subappalto e il canone di affitto, si configurerebbero diversi danni alle casse del Comune oltre all’omissione di atti di ufficio: «Il Comune da alcuni anni, tra le cause di annullamento di una concessione, prevede proprio il subaffitto della stessa a un’altra ditta. Appurato questo fatto gli uffici comunali avrebbero dovuto immediatamente dichiarare decaduta la concessione e a quel punto, semmai, rimetterla all’asta incassando quindi quel milione e 116mila euro che invece sono passati nelle mani del concessionario che quelle cave aveva subaffittate».

Danno erariale quindi e omissione di atti di ufficio. Ma andiamo oltre e passiamo ai valori previsti dal subaffitto: il Comune percepisce dalla tassa marmi 9,90 euro a tonnellata per tutto il marmo che passa dalla pesa. Il concessionario ne ha presi 10 volte di più dalla ditta subappaltatrice oltre al canone da 24mila che è ben più alto di quello del Comune che è invece ancora calcolato in base al reddito agrario della superficie data in concessione (0,024 euro a metro quadrato). Questo nonostante una sentenza della Corte costituzionale del 1995 che obbliga i Comuni di Massa e Carrara a valutare i canoni annui in rapporto alle caratteristiche dei beni e a un valore on inferiore a quello di mercato. Regola e sentenza a cui di due comuni non si sono ancora uniformati, 20 anni dopo.

E non è finita, purtroppo. Per quanto riguarda il rapporto fra concessionario e società in subappalto i rapporti non sono stati idilliaci: «Nel 2012 la proprietà ha chiesto al Comune di dichiarare la decadenza di autorizzazione ai lavori di caducazione perché la società in subaffitto non pagava l’affitto. A nostro avviso – precisa Leverotti – non competeva al Comune che avrebbe invece dovuto dichiarare caducata la cava in quanto non lavorata dal proprietario». Così non è stato e nel 2013 il Comune ha tolto l’autorizzazione all’escavazione alla società in subaffitto, la Biancospino. Secondo il Grig apuano, in questo caso, si configura invece un abuso di ufficio. Questo per quanto riguarda soltanto le due cave menzionate. Ma il ricorso che presto arriverà alla Procura e alla Corte dei Conti riguarda tutti quei casi di cave inattive da due anni e non caducate, come prevede invece la normativa estense, o almeno la richiesta di un affitto doppio per le stesse attività estrattive ferme (danno erariale), oppure di società che non pagano l’affitto e la tassa marmi (anche in questo caso dovrebbe scattare la caducazione: «Lo deduciamo dai contratti di vendita delle due cave precedenti – conclude Leverotti – perché 25mila euro vengono accantonati nei contratti per pagare il debito con il Comune e anche questo può rientrare nel danno erariale».

Francesco Scolaro