Lucca, 22 giugno 2018 - «Ridatemi  la squalifica a vita. Non è una provocazione, sono serio». Il suo nome ai più non dirà molto, ma nel mondo del podismo dire Roberto Barbi è un po’ come evocare Belzebù. Barghigiano di 53 anni, oggi vive a Lucca, lavora in cartiera ma in testa ha sempre e solo una cosa: la corsa. La sorpresa di chi lo vide sesto alla Maratona di New York dopo essere partito con il gruppo degli sconosciuti o ventesimo ai campionati del mondo di Siviglia lasciò il posto allo sdegno per la raffica di squalifiche per doping che ha collezionato, culminate in quella vita natural durante del 2009 (poi ridotta a 15 anni) per una provetta positiva dopo la mezza maratona di Mende, in Francia. Era già stato trovato colto in fallo dopo la Maratona di Firenze del 1996 e dopo i Mondiali di Edmonton del 2001.

Positivo all’Epo, maledetta Epo, e non ci sono lacrime di coccodrillo o ricostruzioni singolari: Barbi era dopato. Lo ha detto lui, più e più volte. «Volevo stare al passo con gli altri». Punto e a capo. Poi però la redenzione lo ha portato a collaborare con i Nas: squalifica ridotta a 15 anni, quindi fino al 2024, ma la sua partecipazione alla Porretta-Corno alle Scale nel 2017 («Non sapevo di non potervi partecipare, pensavo che a una non competitiva mi fosse concesso») ha fatto ricalcolare la data di decorrenza della pena: i 15 anni finiranno nel 2032, quando Barbi avrà 67 anni. La morte sportiva. Lui, assistito dall’avvocato Fausto Malucchi, ha provato a opporsi, ma il parere della Procura antidoping è stato negativo. E lui ha scritto al presidente del Coni, Malagò, al tribunale nazionale antidoping e alla procura antidoping: «Ridatemi la squalifica a vita. Il mio tempo è passato e con esso la mia fiducia».

Barbi, la sua è una provocazione o vuole davvero essere squalificato a vita?
«Sono serio. Avevo ottenuto uno sconto per la mia collaborazione contro il doping, ma prolungare la squalifica fino al 2032 significa che il mio tempo è passato e con esso la mia fiducia. Ho scritto nella lettera: vi restituisco i benefici che mi avete concesso, accettate la mia collaborazione senza corrispettivo».

Facciamo un passo indietro: lei è stato squalificato per aver partecipato alla corsa di Porretta. Perché ci andò, se non poteva?
«Non lo sapevo, ho fatto tante corse non competitive nel Pistoiese e nel Pratese, le non competitive partono spesso insieme alle competitive... A Porretta tagliai il traguardo. Le altre volte mi fermavo prima oppure stavo col gruppo di testa ma alla fine mi facevo staccare».

Lei prima è stato un dopato, poi ha combattuto il doping nel podismo. Difficile che il suo ambiente le voglia bene.
«Ho cambiato veste, da prenderlo a combatterlo. Per la mia collaborazione con i Nas sono stato offeso e minacciato. Rischio la vita».

In cosa consisteva la sua collaborazione antidoping?
«Per esempio, andavo alle gare. Ritenevano che avessi l’occhio clinico, ben allenato per riconoscere un atleta dopato».

Perché si dopava? Lo rifarebbe?
«Volevo stare al passo con gli altri. Ma se tornassi indietro non lo rifarei. E la sto pagando cara: è dal 2000 che tribolo».

Lei non era certo una mosca bianca.
«No, il sistema doping era diffuso. Poi è un po’ calato ma attenzione, perché guardando in giro mi sembra che ci sia una ripresa del fenomeno».

Gli altri podisti, quando la trovano a correre in giro per Lucca, come si comportano?
«Tanti mi ignorano, ma in generale con loro c’è un buon rapporto. Qualche critica non manca».

Se permette, come è possibile che lei, a 53 anni, abbia ancora voglia di correre dopo tutto quello che è successo?
«Ho una passione enorme per questo sport. Corro ancora tutti i giorni e sto bene, da amatore, certo, ma sono in forma. Sperando un giorno di ritornare».

Ma fino ai 67 anni dovrà tenersi alla larga da qualsiasi manifestazione. In questi giorni è arrivato il no alla sua richiesta di reintegro immediato.
«E’ mancato il parere favorevole della Procura nazionale antidoping. A questo punto ridatemi la mia squalifica a vita».