Michele Guarino della Tenuta Lenzini
Michele Guarino della Tenuta Lenzini

Lucca, 12 giugno 2019 - È il biodinamico il fiore all’occhiello della viticoltura lucchese, tanto che all’estero Lucca è conosciuta proprio per essere un vero e proprio distretto biodinamico. «Negli Stati Uniti, in Australia e nel resto d’Europa il vino biodinamico lucchese è diventato sinonimo di eccellenza e ormai siamo diventati famosi proprio per questa tecnica agricola. In Toscana, grazie all’associazione Lucca Biodinamica, stiamo iniziando a emergere e ad avere visibilità nonostante le superpotenze quali Chianti Classico e Brunello di Montalcino». 
 
Lo afferma Michele Guarino, un filosofo del vino che insieme alla moglie Benedetta Tronci gestisce la Tenuta Lenzini di Gragnano, azienda che pochi mesi fa è finita anche sul New York Times. «La provincia di Lucca ha un primato importante: è la provincia con la più alta percentuale di produttori che utilizzano il metodo biodinamico d’Italia. Questo perché proprio qui a Lucca abbiamo avuto uno dei pionieri di questa tecnica, ovvero Saverio Petrilli della Tenuta di Valgiano, persona illuminata che ha insegnato a noi tutti come coltivare in biodinamico».
 
La tecnica sta riscuotendo un enorme successo nel mondo e non è più vista, come fino a poco tempo fa, come un rimasuglio di filosofia hippie. Il biodinamico è una realtà ed è un metodo vincente anche sul mercato che sta trascinando il settore per quanto riguarda il nostro territorio. «Gli intenditori di vino stanno aumentando - spiega Guarino- e adesso le persone anche all’estero non cercano più il vino famoso, il nome, cercano la qualità e a Lucca la stanno trovando. Dai nostri tredici ettari e mezzo escono circa cinquantamila bottiglie che finiscono sulle tavole statunitensi, australiane, europee. È però l’Italia, e Lucca, il nostro mercato di riferimento e per farci conoscere sempre di più in patria abbiamo ideato, insieme alle altre aziende che hanno aderito a Lucca Biodinamica, un evento che si terrà qui da noi il 24 giugno».
 
«I vini del nostro territorio coltivati con questa tecnica sono leggeri, più salati rispetto agli altri e stanno iniziando ad avere un gusto riconoscibile, quasi come una firma». «I vini lucchesi- spiega - parlano francese, dobbiamo molto al periodo napoleonico, quando i Bonaparte impiantarono dei vitigni quali merlot, cabernet e syrah che tuttora sono la base della nostra produzione. Le nostre campagne sono vocate alla coltivazione di questo tipo di uva. Dobbiamo lavorare tutti insieme per promuovere questo territorio meraviglioso e la sua Doc Colline Lucchesi che ha ancora tanta strada da fare».