L'arresto di Pasquale Russo
L'arresto di Pasquale Russo

Lucca, 19 agosto 2017 - Quello di Pasquale Russo ai danni della povera Vania Vannucchi fu «un omicidio duplicemente aggravato dalla premeditazione e dalla crudeltà». E quindi meritava l’ergastolo, ridotto a 30 anni solo per effetto della scelta del rito abbreviato. «Russo era atterrito dalla prospettiva della rivelazione alla sua famiglia del legame con Vania, attraverso la denuncia di furto a suo carico del telefono cellulare». «Ha agito freddamente, ha pianificato tutto con cura». «E si è avvalso del fuoco perché non lascia traccia...».
 
Sono queste le principali conclusioni contenute nelle motivazioni della sentenza appena depositate dal gup Antonia Aracri, che lo scorso 29 maggio hanno portato alla condanna a 30 anni di reclusione per lo spietato assassino, ancora rinchiuso nel carcere di Prato. Le motivazioni espresse dal giudice hanno il loro peso soprattutto in vista del prevedibile ricorso in appello da parte degli avvocati difensori di Russo, Gianfelice Cesaretti e Paolo Mei, che cercheranno di smontare almeno in parte l’impianto accusatorio in modo da ottenere un ulteriore sconto di pena. Uno sconto che appare peraltro difficile, vista la chiarezza con cui il gup Aracri, nelle sue 28 pagine, ha evidenziato non solo l’aggravante della premeditazione, ma anche quella della crudeltà. Ed è sufficiente una delle due per mantenere di fatto intatta la condanna di primo grado. Scorrendo le motivazioni della sentenza e la ricostruzione dei passaggi fondamentali, la dinamica dell’atroce omicidio perpetrato il 2 agosto 2016 appare ancora più sconvolgente
 
Quella mattina tra le 7.32 e le 7.56 c’è una prima lite tra Pasquale e Vania. Lei va a cercarlo per chiedere conto del suo cellulare, rubatole in casa nella notte. Lui nega, ma lei non gli crede e minaccia di denunciarlo. Lui va al lavoro, ma secondo il giudice pianifica l’omicidio. Prende nel magazzino dell’ospedale una tanica vuota e appena esce, alle 12.06, va a riempirla di benzina al distributore Q8 in viale Castracani. Poi va a casa di Vania e qui scoppia una nuova lite. «Pasquale Russo – scrive il gup – ha agito freddamente, ha pianificato accuratamente l’arco temporale fra le ore 8:21 le ore 12:06 la sua azione omicida: non si è ritratto neanche quando ha incontrato l’ultima volta Vania a casa sua insieme alla figlia Valentina. E anzi da questa visita è uscito rafforzato il suo convincimento per cui la Sopravvivenza della Vannucchi era alternativa alla serenità della sua vita personale e familiare». 
 
«Andandosene – scrive il gup – ha rivolto la sua minaccia di morte verso tutti, Vania e i suoi figli, e poi ha attirato la stessa nell’area dell’ospedale che ben conosceva e in un perimetro che sapeva non coperto dalle telecamere in cui poteva agire indisturbato. A questo proposito si dissente dalla prospettazione della difesa per cui è stato utilizzato il fuoco in sintonia con un istinto primitivo di purificazione. Pasquale Russo si è mosso con praticità, si è avvalso del fuoco perché non lascia traccia». «L’atteggiamento tenuto da Pasquale Russo dopo aver appiccato il fuoco a Vania conferma premeditazione: si è allontanato dai luoghi lasciando che la donna fosse divorata dalle fiamme. E’ andato a sbrigare ordinarie incombenze e familiari e cioè si recato con il figlio al supermercato. Tutto ciò non è indice soltanto di lucidità, freddezza e disposizione spietata verso Vania, ma di compiutezza delle azioni sviluppatesi fino a quel momento. Pasquale Russo aveva raggiunto il suo scopo, aveva eliminato la donna che gli avrebbe rovinato la vita. Pertanto poteva rientrare regolarmente la sua dimensione familiare.