Palazzo Mansi
Palazzo Mansi

Lucca, 20 agosto 2014 - Uno di media ha 9 visitatori al giorno, l’altro 16, per un incasso complessivo di 91 euro lordi. E poco importa che le loro stanze ospitino tele di Raffaello e Donatello, Pontormo e Tintoretto: il flusso di turisti che annualmente visita Lucca se ne tiene alla larga, preferendo perfino vedere improbabili musei in franchising (come quello sulla Tortura) che in un giorno fanno suppergiù l’incasso di ciò che loro realizzano in un mese. Una disfatta culturale. Forse i parrucconi delle Soprintendenze, ovvero chi in questi giorni esorcizza il ministro Franceschini reo di voler introdurre dei manager a gestire i musei statali («macelleria culturale», l’hanno definita) farebbero bene a venire qui a Lucca e farsi un giro nei due musei gestiti dalla Stato, ovvero Palazzo Mansi e Villa Guinigi. Vedere per esperienza diretta come possa essere dispersa, in un’insipienza tutta statale, quella che dovrebbe essere la ricchezza del Paese, è infatti roba che ferisce il cuore oltre che indignare. Subito l’approccio rende lo stato delle cose. Nell’ufficio che accoglie i turisti in arrivo sono in vendita i biglietti per tutti i musei cittadini tranne che per i due gestiti dalla Soprintendenza: «Sa, con lo Stato è praticamente impossibile stabilire accordi», spiegano. Così, non resta che incamminarci verso uno di questi, Palazzo Mansi, ed entrare.

Già il ticket office è un inno al vintage: vetrinette demodé e vecchi monitor che sembrano arrivare dal set di “Metropolis” fanno da compagnia alla bigliettaia. Che, dopo averci strappato il ticket (4 euro), ci consiglia di vedere subito l’esposizione dei telai ottocenteschi «perché tra un po’ la ragazza va via». Avvertendoci poi che il secondo piano è chiuso («Sa, siamo pochi e così in estate...») e facendoci così interrogare su come si organizzano i turni di ferie (magari in novembre, quando i turisti latitano, tutti i 33 dipendenti sono al lavoro e le sale aperte). Vedo dunque di corsa i telai «testimonianza dell’alto livello della tessitura rustica lucchese», quindi salgo al primo piano dov’è ospitata la pinacoteca con i quadri del Tintoretto e del Pontormo. Roba che, altrove, sarebbe conservata con efficienza futurista. Qui, invece, l’illuminazione pare neorealista. Nel senso che diresti non sia stata pagata la bolletta all’Enel e quindi l’erogazione sia stata contingentata. Un’oscurità rosselliniana che, unita alla moquette consunta e alle tende sdrucite, dona all’ambiente un’atmosfera da film di vampiri (ma non pensate alla poesia di “Nosferatu”, piuttosto a “Dracula contro Fracchia”) che più che inquietare fa sorridere: «Pittoresco», sussurra non a caso la turista piemontese passando accanto a un cavo che penzola sulle scale, come se invece che in museo fossimo in un fondo in ristrutturazione. Ovviamente non ci sono audioguide a disposizione e chi vuole sapere qualcosa sulle opere esposte deve affidarsi a una specie di menù da pizzeria «da riporre dopo l’uso nell’apposito contenitore». I pochi turisti presenti che riescono a leggerlo sorridono, in un insieme da sagra paesana che porta nelle casse pubbliche appena 33.531 euro l’anno (roba che non ci paghi tre custodi). Per carità, la mission primaria di un’istituzione culturale «non è certo quella di fare guadagni come fosse una pizzeria», dice la direttrice Antonia Daniello, convinta che i criteri sui quali si valuta l’importanza di un museo siano altri («Come quello di portare in visita 40 scuole l’anno»).

Magari avrà pure ragione lei. Ma se uno pensa che a Washington, intorno alle scarpette che Judy Garland calzava nel «Mago di Oz», è stato costruito un museo capolavoro per tecnologia e servizi, un po’ il rammarico viene. Chi non ha, valorizza la fuffa; chi ha, lascia deperire i suoi tesori. Però noi siamo questi. Convinti che la cultura si difenda con i divieti e con i bolli, senza mai affrontare le sfide del futuro. In una palude di burocrazia che inghiotte ogni tentativo di riforma. Forse aveva ragione quella vecchia barzelletta dell’italiano che chiede allo svizzero: «Ma che ve fate voi del Ministero della Marina?». E lo svizzero: «L’abbiamo istituito quando abbiamo saputo che voi avete quello della Cultura».