Lucca, 18 marzo 2018 -  Trattiene a stento il pianto. A volte la voce è quasi rotta dalla commozione, altre invece ferma e decisa. La rabbia prevale sul dolore. Fiorella, la madre di Andrea Lucchesi, vive emozioni contrastanti mentre pensa a suo figlio che non c’è più e realizza che presto il giovane che l’ha investito, Antonio Caturano, potrà tornare a vivere una vita quasi normale. La casa, l’impiego da parrucchiere: «Il giudice ha motivato la sua scelta – dice – con il bisogno del ragazzo di tornare a lavorare per completare il suo percorso di recupero. E a noi, ai nostri bisogni, chi ci pensa? Andrea al lavoro non potrà tornarci».

Accetterà la lettera di scuse che Caturano dice di volerle inviare?

«Non voglio ricevere niente, è troppo facile pentirsi ora, credo sia un comportamento ‘pilotato’».

Perché non crede al pentimento?

«Si è comportato come se avesse preso sotto un gatto. Ha investito Andrea e il suo amico, li ha lasciati lì, non si è fermato a prestare soccorso ed è tornato a casa come se nulla fosse. La cosa ancor più grave è che in quell’auto erano in quattro: nessuno si è sentito in dovere di tornare indietro, di andare a vedere cosa avevano combinato. Può succedere di investire qualcuno, magari in strade buie, quando piove, ma qui è andata in maniera diversa: lui (dice riferendosi a Caturano, senza tuttavia nominarlo, ndr) era ubriaco e drogato. Quando ci si mette al volante in quelle condizioni è come se si tiene in mano un’arma. Sparo a dieci persone e poi mi pento, è troppo facile e troppo tardi».

Sarebbe cambiato qualcosa se si fosse pentito subito?

«Sarebbe forse stato diverso, ma al suo comportamento non ci sono attenuanti, ha fatto il massimo del peggio».

Crede ancora nella giustizia?

«Comincia a essere dura crederci. Di sicuro voglio giustizia per mio figlio e una giusta pena chi l’ha ucciso. C’è una legge che punisce l’omicidio stradale, se non si applica in questo caso diventa inutile. E voglio combattere per Andrea».

Come?

«Mi auguro che ciò che è successo a noi non succeda a nessun altro ragazzo e a nessun altra famiglia. Il dolore che proviamo ci sta distruggendo anche se siamo circondati dall’affetto degli amici e dei clienti di Andrea».

Che messaggio vorrebbe lanciare in questo momento?

«I giudici si mettano nei panni di noi genitori che abbiamo subito tragedie del genere prima di prendere le loro decisioni. Ma lo sa che per tre giorni, dopo che Andrea era morto, non mi hanno fatto vedere il corpo di mio figlio? Cosa avremmo mai potuto fare? Saremmo stati un ‘pericolo’ noi e invece non lo è chi lo ha ucciso?»