Lucca, 9 settembre 2018 - «E’ sempre una meraviglia tornare qui a Lucca, la città che insieme ai miei commilitoni liberai nel settembre 1944. Avevo appena 19 anni all’epoca, ma quei ricordi li ho stampati nella mente e negli occhi. E ogni volta scopro elementi ed episodi che mi legano ancora di più a Lucca, qualcosa di sacro e di magico direi, come quel Cristo nero in Duomo, di cui sono diventato un po’... ambasciatore negli Usa».

Parole di Ivan Houston, 93 anni compiuti lo scorso giugno, uno dei soldati americani di colore della mitica 92ª Divisione Buffalo, quelli della prima linea mandati all’assalto sul fronte della Seconda Guerra Mondiale. Furono loro i primi a entrare a Lucca, cacciando le truppe tedesche.
Benvenuto mr Houston. E’ tornato dalla sua California come turista, per incontrare alcuni amici lucchesi, ma anche per rivedere il Volto Santo, vero? 
«Sì – sorride Ivan Houston – devo dire che questa scoperta è stata per me sensazionale ed emozionante. Non avevo mai visto un Gesù nero venerato in una chiesa. E’ come se ci fosse un legame ancora più profondo con Lucca e la sua storia. Una storia e una città che da un po’ vado raccontando in varie università negli Stati Uniti, dove ho tenuto alcune conferenze per parlare del mio libro “Black Warriors, Buffalo Soldiers of World War II” sulla liberazione dell’Italia».
E cosa racconta? 
«Parlo della guerra, ma anche di secoli di vicende lucchesi, di personaggi legati alla città come Giulio Cesare o Napoleone. Ma uno degli elementi che colpiscono di più è la statua del Volto Santo e la sua meravigliosa leggenda. Per gli afroamericani è qualcosa di miracoloso che sovverte le immagini tradizionali di Gesù bianco e biondo».
Davvero insolito, sì.
«Ho anche scoperto da pochi anni che la linea Gotica lungo cui ho combattuto nel 1943-45 corrisponde in buona parte anche al cammino della Francigena e in particolare al tratto denominato “strada del Volto Santo”. Un segnale di pace, libertà e di speranza. O almeno, mi piace leggerlo così».
I ricordi della liberazione di Lucca sono indelebili nella sua mente, vero? 
«Sì. I lucchesi ci accolsero molto bene. I primi minuti però furono di paura. Ricordo un gruppo di donne in un vigneto alle porte della città. Erano spaventate e gridavano “i mori, i mori”, perché eravamo tutti di colore e pensavano che fossimo africani. Allora un soldato nero si sedette e fece cenno a un bambino di 5 anni (Angelo) di avvicinarsi. Lo prese sulle ginocchia e tirò fuori un pezzo di cioccolata. Lui sorrise e tutti capirono, avvicinandosi, che eravamo gli americani venuti a liberarli».
Oggi trova che sia diverso?
«All’epoca trattarono benissimo anche noi neri. Beh so che ora ci sono problemi con gli immigrati africani. Sono le differenze che fanno paura, difficili da accettare. Bisogna lavorare per accettare queste differenze anche culturali».
Lei sorride sempre, anche parlando della guerra...
«Credo che sia importante l’atteggiamento con cui affronti la vita. Quando mi spedirono in guerra avevo 19 anni, ero uno studente del college in California. Non ero neppure cattolico. Quelle esperienze che ho descritto nel mio diario di guerra diventato un libro (in versione italiana ed ebook edito da Pacini Fazzi, ndr) mi hanno cambiato. E non smetto mai di essere curioso, ho voglia di imparare e pensare positivo anche a 93 anni. Sono ospite dei miei amici a Villa La Dogana a Cerasomma, proprio dove stdbilimmo il quartier generale del nostro battaglione. Nel settembre 2019 spero proprio di essere qui a Lucca per festeggiare il 75° anniversario della liberazione. Lucca è nel mio cuore...».